Poi si trattenne. Borchard gli si era avvicinato, minac­cioso.

«Il sindaco agisce con la nostra completa approvazione» esclamò. «E aggiunse, non meno minaccioso:» Signor Hubble, badate alle vostre cose scientifiche e non immischia­tevi negli affari del governo.

«Sì, proprio così!» approvò Moretti. Ripeté anzi queste parole due o tre volte e gli altri membri del consiglio appro­varono anch’essi.

Hubble li affrontò con decisione.

«Ascoltatemi bene!» disse. «Siete tutti così spaventa­ti che non vedete nemmeno cosa vi stia dinanzi. I cannoni! Non fatemi ridere! Tutti i vostri cannoni non potranno fare nulla, nemmeno l’effetto di una rivoltella scacciacani, di fronte a ciò che essi possono usare contro di noi, se lo vo­gliono. Quella gente ha conquistato le stelle, potete almeno capire questo? Possono conquistare anche noi, semplice­mente con quel raggio di cui dispongono sulla nave spazia­le. E, ricordate, l’uso della violenza li farà montare in colle­ra e li spingerà a farne uso, siatene certi!»

Garris avvicinò il viso fremente a quello di Hubble.

«Avete paura, voi! Avete paura di loro!» ringhiò. «Noi non abbiamo paura, invece. Noi combatteremo!»

I membri del consiglio applaudirono.

«Benissimo!» disse Hubble. «Fate a modo vostro. È perfettamente inutile stare a discutere con degli idioti. L’uni­ca possibilità che avevamo di cavarci da questo pasticcio, era di assumere un comportamento da uomini civili. Avrebbero potuto ascoltarci, allora, e rispettare i nostri sentimenti. Ma ora...» Fece un gesto di rassegnazione e di inutilità. Il sinda­co rise amaramente.

«Parole! Parole! Abbiamo visto che bel risultato hanno avuto i vostri discorsi. No, signore. Tratteremo la questione a modo nostro, e potete ringraziare il Cielo che il vostro sinda­co e il consiglio della città non abbiano dimenticato come si difendono i diritti del popolo!»