Il suo tono di voce si era gradatamente elevato e il sindaco aveva addirittura urlato le ultime parole, per farsi udire da Hubble, che era già uscito dalla sala, immediatamente segui­to da Kenniston.

Fuori, sulla piazza, Kenniston disse: «C’è una sola cosa da fare... parlare a Varn Allan. Se consentisse a richiamare i suoi cani per un po’ di tempo, le cose potrebbero frattanto acquietarsi.» Poi scosse il capo, con espressione triste e stanca. «Non mi piace troppo dover ammettere con quella bionda dispotica che siamo governati da un mucchio di gen­te senza testa, ma...»

«Non si possono del tutto biasimare, in fondo» disse Hubble. «Noi siamo veramente come bambini posti di fronte all’ignoto, e per non fare ciò che ci chiedono ricorria­mo alla guerra. Solamente che facciamo le cose proprio nel modo sbagliato...» Sospirò. «Va’ alla nave spaziale, Ken. Cerca di fare quello che puoi. Io torno al Municipio per vede­re se mi riesce di far ragionare il sindaco e gli altri. Se ne avrò la pazienza, almeno... Insomma, buona fortuna!»

Rientrò in Municipio, e Kenniston rifece, con passo stan­co, il percorso verso la porta della città.

La folla era ormai raddoppiata, da quando l’aveva vista poco prima. Tutti si spingevano verso la porta, affollandosi ai lati di essa, dalla parte interna della cupola. Fuori, sulla pia­nura, scintillavano le luci di due navi spaziali. La gente le guardava e un cupo mormorio correva tra la folla, come il ru­more del vento prima della tempesta. La compagnia della Guardia Nazionale, in pieno assetto di guerra, aveva occupa­to la porta.

Kenniston si avvicinò ai soldati. Fece un segno di saluto col capo ad alcuni che conosceva, e disse: «Devo andare da loro... un colloquio importante.»

Cercò di passare attraverso lo sbarramento, ma le guardie lo fermarono.

«Ordine del sindaco» affermò l’ufficiale che li coman­dava. «Nessuno deve uscire dalla città. Proprio così. So chi siete, signor Kenniston. Ma ho ordini precisi. Nessuno deve uscire dalla città.»

«Ascoltate!» tentò Kenniston, disperatamente, inven­tando una menzogna. «Mi ha mandato il sindaco. Devo an­dare da loro per conferire.»

«Portatemi un ordine scritto» gli intimò l’ufficiale. «Solo allora potremo lasciarvi passare.»