Due delle pareti della cabina erano occupate da complica­ti meccanismi, tutti apparentemente automatici. Di fronte a lui stava la terza parete, uno schermo gigantesco, che riflette­va delle figure in modo così chiaro e limpido da sembrare una finestra.

Una finestra aperta su un altro mondo...

In quello schermo, quattro personaggi sedevano davanti a un tavolo nero di materia plastica. Tre erano uomini, vestiti come gli occupanti del Thanis. Uno di essi era molto vecchio, il secondo era anziano, il terzo era di mezza età, di carnagio­ne scura e aspetto arcigno. Il quarto non era un uomo. Era un umanoide come Magro, e come lui aveva una criniera bianca e una strana espressione felina, nel viso bello e lieve­mente crudele. Ma era più vecchio e più grave e solenne di Magro.

Quei quattro sembravano uomini d’affari, interrotti nel mezzo di una importante seduta. Essi guardarono, fuori del­lo schermo, verso Kenniston, e l’uomo più giovane, quello dalla carnagione scura, domandò a Varn Allan: «Chi è quel­la persona?»

Kenniston rimase immobile, guardando con fierezza nel­lo schermo: l’ambiente in cui sedevano i quattro personaggi era simile a quello nel quale si trovava ora lui stesso, ma assai più grande, una grande sala piena di banchi di manovra e di schermi. Attraverso la finestra di quella sala, a miliardi di chilometri da lui, Kenniston poteva vedere le torreggianti pa­reti di un edificio titanico. Dardeggiava un sole dai raggi ada­mantini, soprannaturale, magnifico, che diffondeva nel cielo una vivida luce biancoazzurra.

Ancora la voce secca si fece udire, al di là della Galassia, assai più veloce della luce, per miracolo di una scienza avan­zatissima.

«Varn Allan! Chi è quell’uomo?»

«È uno dei primitivi della Terra, signore» ella rispose irosamente, e si volse nuovamente a Kenniston.

«Non avete alcun diritto di rimanere qui» disse. «An­datevene subito!»

«No» replicò Kenniston. «Non me ne andrò finché non avrò detto ciò che intendo dire.»