Davanti alla porta della città incontrò i soldati dello sbarramento che gli puntarono contro i moschetti, che abbassarono solo quando l’ebbero riconosciuto. Al di là dello sbarramento si levava il polverone causato dai badili che scavavano trincee e dagli uomini che piazzavano i cannoni.
«Che accade laggiù?» gridò un ufficiale. «Hanno deciso di attaccarci, quelle navi spaziali? Stanno forse...?»
«Dov’è il sindaco?» lo interruppe Kenniston.
«Subito dietro la porta. Sono tutti là, in attesa.»
Kenniston li oltrepassò, saltando oltre le trincee per metà scavate, e vide Hubble e la maggior parte dei membri del consiglio raggruppati attorno al sindaco, subito al di là della porta, all’interno della cupola.
La maggior parte della popolazione stava affollata nelle vicinanze, trattenuta da sbarramenti di corde e di agenti. Non gridavano più ora, e tutti i visi apparivano ansiosi. Kenniston capiva che quella dimostrazione della terribile potenza del raggio paralizzante che avevano avuto poco prima, aveva calmato la loro ira e generato in essi un altro e ancora più grave motivo di preoccupazione.
Anche il viso grassoccio di Garris era livido dalla stanchezza, e fu con uno sguardo sospettoso che egli accolse l’avvicinarsi di Kenniston.
«Che cosa vi ha fatto ritornare? Credevo che sareste rimasto là, coi vostri amici» lo apostrofò.
«Andate al diavolo!» gridò Kenniston, esasperato. «Ho lottato e discusso finora per salvare la vostra pelle. Ho perfino consentito ad andarmene fino a Vega, per farlo. E questa è l’accoglienza!»
Poi si vergognò del suo scoppio d’ira e cercò di padroneggiare i nervi.