Un ronzio profondo e un leggero vibrare delle grandi strutture attorno a lui erano l’unico indizio che il Thanis si muoveva.
Kenniston vedeva una oscurità profonda, di un nero assoluto, nella quale le stelle fiammeggiavano come fiaccole. La vivida luce azzurra di Vega era al centro di quel soprannaturale spettacolo, circondata dalla costellazione della Lira e da quella dell’Aquila, attraversate, a sinistra, dalla Via Lattea, smagliante e formicolante.
Solo quella sezione di cielo appariva chiara e limpida. Tutto il resto del firmamento, che si stendeva come uno sfondo immane, era una vista incredibilmente confusa di stelle, i cui raggi sembravano torcersi, vibrare, danzare in un tripudio di luce.
Gorr Holl gli accennò un grande quadro di comandi dietro al quale sedevano quattro uomini.
«Conosci il principio della propulsione? Si tratta di raggi di reazione, innumerevoli volte più veloci della luce, che agiscono contro il pulviscolo cosmico dello spazio.»
Kenniston sospirò: «Mi sento ignorante come un bambino. L’esistenza di raggi simili era assolutamente insospettabile, ai miei tempi. Le equazioni di Einstein dimostravano che se la materia si fosse mossa più velocemente della luce, avrebbe finito con l’espandersi indefinitamente.»
Gorr Holl rise, divertito.
«Il vostro Einstein era un grande scienziato» disse «ma abbiamo aperto nuovi campi di conoscenza, da allora. Il controllo della massa, per esempio, che impedisce quella espansione, e altre cose.»
Kenniston ascoltava solo a metà. Guardava l’occhio biancoazzurro di Vega, che sembrava fissarlo, arrogante, dal grande abisso cosparso di stelle. E il guardare a quella stella lontana lo rendeva in qualche modo conscio della loro spaventevole velocità, del loro precipitare, della loro caduta da incubo attraverso l’infinito.
Quella sensazione era anche peggiore del momento della partenza. Eppure aveva pensato che nulla, assolutamente nulla, sarebbe stato peggiore di quel momento. Se fosse anche vissuto per sempre, non avrebbe mai più dimenticato quegli ultimi eterni minuti, prima dello strappo dalla Terra, legato com’era su una poltrona, mentre cercava di rilassare i propri nervi e non vi riusciva, mentre osservava le luci che all’interno s’affievolivano, mentre sentiva il vibrare profondo dell’astronave che si preparava al balzo fuori dell’atmosfera terrestre, mentre i battiti del cuore lo soffocavano e un sudore ghiacciato gli scendeva per tutto il corpo, mentre cercava disperatamente di persuadersi che quella partenza non era per nulla diversa da un normale decollo di aeroplano... E poi il balzo, la pressione, la penosa sensazione del respiro che viene a mancare, la claustrofobia provocata dal sentirsi rinchiuso in quella cosa che si muoveva a vertiginosa rapidità e sulla quale egli non aveva controllo alcuno.