Non poteva ancora sapere per quale maestria della scien­za gli occupanti di quella nave spaziale erano difesi dalle enormi pressioni di quella accelerazione. Eppure, difesi lo erano, perché la pressione non era affatto peggiore di quella che si può provare in un velocissimo ascensore. Eppure, sa­pere che la Terra si stava allontanando vertiginosamente in un abisso pauroso, rendeva quell’ascensione veramente orri­bile. Poté udire il lamento dapprima, e poi il fischio e infine l’urlo irrefrenabile dell’aria contro l’involucro metallico della nave spaziale, e poi, quasi a un tratto, tutto finì. Si trovava ora nello spazio. E sentiva profondo, nelle viscere, l’atavico terrore degli abissi, retaggio delle epoche più lontane. Pensò al vuoto immane che si apriva sotto i suoi piedi, oltre la sotti­le lastra di metallo del pavimento, e serrò i denti, spasmodi­camente, per trattenersi dal gridare.

«Non pensarci!» gli aveva detto Gorr Holl. «E ricorda­ti! Vi è stata una prima volta anche per tutti noi! Ho creduto, io stesso, di non sopravvivere a quella prima prova.» Aiutò quindi Kenniston a rialzarsi. «Andiamo sul ponte interno. È meglio che tu affronti tutto in una volta: poi ti sentirai più sollevato.»

Erano saliti sul ponte interno, e Kenniston aveva guardato nello spazio, dove i grandi soli bruciavano senza alcun velo e dove non esistevano né aria né nubi che li nascondessero. E aveva dovuto far forza su se stesso, per non gettarsi a terra e piangere e uggiolare come un cane.

Cercò di immaginarsi le difficoltà che lo attendevano a Vega, dove avrebbe dovuto difendere la causa della piccola Middletown davanti ai Governatori delle Stelle. Come avreb­be potuto far capire l’appassionata devozione del suo piccolo popolo per il suo piccolo e antico pianeta, a gente che viag­giava con tanta facilità in navi spaziali come quella?

Eppure, se falliva nel suo scopo, avrebbe anche mancato al compito che si era assunto verso la popolazione di Middle­town, che aveva riposto tanta speranza nella sua missione. Era questo, a cui doveva pensare... non allo spazio, non alle sue sensazioni personali, ma al compito che lo attendeva.

Diede un’occhiata a Gorr Holl, e disse: «Ho visto abba­stanza, per ora, andiamo!»

Lasciarono Piers Eglin e scesero nei corridoi inferiori. Quando furono nel corridoio principale, soli, Kenniston dis­se: «Adesso, Gorr, vorrei sapere qualche cosa di più su quanto mi hai detto.»

Gorr Holl fece un cenno di consenso.

«Andiamo da Magro e Lal’lor. Ci attendono.»

Lo condusse lungo misteriosi corridoi, sino a una cabina accanto alla sua. Kenniston provò sollievo nel trovarsi anco­ra in un posto chiuso, senza finestre, dove non poteva vedere il vertiginoso vuoto dello spazio. Sotto la sua istintiva paura vi era tuttavia una selvaggia esultanza... ma un uomo del ven­tesimo secolo, e suo malgrado attaccato al ventesimo secolo, non poteva certo assorbire tali e tante emozioni in una volta sola.