La figura massiccia di Lal’lor era china su una tavola co­sparsa di fogli coperti di complicati simboli matematici. Ma­gro, che era sdraiato in una cuccetta, diede delle spiegazioni a Kenniston.

«Lal’lor si occupa di teoremi per divertimento. Pretende persino di capire a fondo tutte quelle cifre che scrive.»

Lal’lor gli lanciò uno sguardo divertito coi piccoli occhi in­telligenti nel viso curiosamente piatto e inespressivo. Poi al­lontanò con un gesto i fogli che aveva davanti e disse: «Sie­di, Kenniston. Così siamo alleati, ora, oltre che amici.»

«Desidererei» disse Kenniston «che qualcuno mi spiegasse in che consiste questa alleanza. Sto giocando i de­stini del mio popolo sulla parola, sulla buona fede, senza sa­pere nulla di ciò che voi sapete.»

«Non vi è nulla di sinistro, in tutto ciò» disse Gorr Holl. Si accomodò, con la sua pesante mole pelosa, su un angolo della tavola di Lal’lor, che era abbastanza solida per sostenerne il peso. Poi proseguì: «Come ti ho detto, tutti noi abbia­mo lo stesso problema, la cui soluzione si basa su un uomo e su un procedimento.»

Si fermò un attimo, assorto, poi riprese: «Per un caso piuttosto originale, Kenniston, ti sei trovato meglio con noi che con gli uomini della tua stessa stirpe. Le razze umane si sono diffuse dalla Terra nell’universo molto tempo fa, e han­no continuato a muoversi e a diffondersi, allargando sempre la loro crescita d’azione, sino a perdere ogni senso di attacca­mento al loro mondo d’origine. L’intero universo è la loro pa­tria, e non un solo pianeta.»

Questo, Kenniston cominciava a comprenderlo sempre meglio; le impersonali immensità dello spazio, tante volte at­traversate, tendevano a staccare l’uomo dalle sue ristrette correnti di pensiero. Carol, in questo, aveva intuito bene.

Gorr Holl continuò: «Ma noi razze umanoidi, non la pensiamo affatto in questo modo. Quando gli uomini venne­ro nei nostri mondi, eravamo quasi del tutto barbari e felicis­simi nella nostra barbarie. Ebbene, ci hanno civilizzati, e sia­mo ora accettati da loro come eguali. Ma noi siamo ancora primitivi, nel pensiero, nella mentalità; noi siamo ancora at­taccati ai nostri mondi originari, e ogni volta che diventa ne­cessario rimuoverci noi siamo contrari, proprio come è con­trario il vostro popolo... abbiamo solo imparato a essere me­no violenti. Alla fine, naturalmente, abbiamo sempre ceduto. Ma in questi ultimi anni abbiamo resistito più disperatamen­te, perché avevamo qualche cosa in cui sperare... e questo qualche cosa è il procedimento di Jon Arnol.»

«Continua!» lo incoraggiò Kenniston. «Finora, di Jon Arnol, non conosco che il nome. In che cosa esattamente consiste il suo procedimento? Mi hai detto, se non sbaglio, che si trattava di un procedimento per ringiovanire i pianeti freddi e morenti.»

Lal’lor intervenne, per spiegare di che si trattava.