Kenniston ascoltava, mentre essi parlavano di vecchi viag­gi al di là delle frontiere stellate della Federazione, di pericoli provenienti dalla nebulosa, dalle comete, dalle nubi cosmi­che, di naufragi su mondi sconosciuti e selvaggi.

Quei discorsi lo interessavano vivamente e lo sbalordiva­no a un tempo. Dopo un poco, citò ad alta voce un passo che gli era tornato alla memoria: «Allora non ascolteremo più miseri discorsi su Magellano e su Drake. Udremo allora il racconto di viaggiatori che hanno circumnavigato l’eclittica e doppiato la Stella polare come il Capo Horn.»

«Chi ha scritto queste parole?» domandò Lal’Ior, inte­ressato. «Qualche scienziato della vostra epoca che aveva previsto i viaggi spaziali?»

«No» spiegò Kenniston «si tratta di un uomo di un se­colo prima della mia epoca. Si chiamava Melville, e anche lui era marinaio, ma sui mari della Terra.»

Gorr Holl scosse il capo.

«Strani tempi debbono essere stati quelli, quando non v’erano che gli oceani d’acqua di un piccolo pianeta per le av­venture dell’uomo!»

«Eppure vi era un vastissimo campo di avventura, su quegli oceani» disse Kenniston. «L’Atlantico in piena tem­pesta, il Golfo in una notte lunare...»

Una dolorosa nostalgia lo afferrò di nuovo, la terribile no­stalgia per una Terra perduta per sempre, per l’odore dei falò che bruciavano nelle rigide notti d’autunno, per i campi fio­riti sotto il sole estivo, per i cieli azzurri e le verdi colline, per le montagne nevose e i villaggi sonnolenti, per le vecchie città e le vecchie strade che le attraversavano, per tutto ciò che era scomparso e che non sarebbe ritornato mai più. Quei pensieri gli facevano persino desiderare la Terra com’e­ra ora, il vecchio pianeta stanco e morente che conservava almeno la memoria del mondo che egli aveva conosciuto, la memoria delle persone che avevano conosciuto quel mondo. Carol aveva ragione! Il vecchio modo di vivere, le vecchie co­se, erano le migliori! Che faceva lui, ora, in quelle immensità del vuoto?

Allora vide che gli altri lo guardavano con una luce di com­prensione nello sguardo, in quel loro sguardo strano, eppure così familiare e amichevole.

«Datemi ancora da bere» disse.