Ma non servì a scacciare la nostalgia cocente della Terra. Parve anzi rendere più acuto il suo impossibile desiderio. Allora, Kenniston si alzò di colpo, come per scrollarsi di dosso quel peso amaro, e lasciò i compagni avviandosi verso la sua cabina.
Spense le luci della cabina, una volta entrato, e premette il bottone che trasformava in finestra la solida parete. Il nero baratro punteggiato di stelle si spalancò davanti a lui, in un vuoto senza fine. Sedette sull’orlo della cuccetta e rimase a guardare a lungo, come affascinato, quello spettacolo di disumana solitudine, fantasticando sulla sua disperata missione. D’un tratto si accorse che qualcuno aveva bussato alla porta della cabina. Si alzò e aprì la porta. La luce che proveniva dal corridoio gli mostrò chi era. Era Varn Allan.
16
A Vega
Varn Allan diede una rapida occhiata, dal viso di lui alla cabina immersa nell’oscurità, e quindi ancora al viso, con uno sguardo di comprensione. Poi domandò: «Posso entrare?»
Kenniston si spostò di fianco per lasciarla passare e sollevò la mano per riaccendere la luce.
«No» disse lei. «Piace anche a me, questo spettacolo.»
Sedette sulla sedia accanto al finestrino e rimase in silenzio per alcuni minuti, guardando fuori, mentre il pallido chiarore delle stelle le illuminava il viso.
Kenniston, con un sentimento di immediata ostilità un poco temperato dalla meraviglia, attese che parlasse. Ella sedeva quasi rigida, un poco impettita, ma Kenniston credette di scorgere segni di stanchezza e di preoccupazione nei lineamenti affilati del suo viso.
Poi la donna si volse e lo guardò, coi suoi occhi azzurri pensosi, e Kenniston pensò che Varn Allan si trovasse a disagio con lui, che volesse dire qualche cosa e non sapesse in che modo dirla. Allora anch’ella era preoccupata, per quel viaggio a Vega? Pensò, infuriato, che lo meritava, che questo la faceva scendere dal suo piedistallo di alto funzionario della grande Federazione fino al livello di una donna ansiosa, anzi di una ragazza.