Dal viso pallidissimo e adirato di lei, Kenniston capì subito che l’aveva finalmente colpita a fondo, che quel competente e brillante funzionario in gonnella era soggetto a emozioni come qualsiasi altra donna.
«Così» disse Varn Allan, respirando a fatica «avete creduto che volessi implorare il vostro aiuto per salvare il mio posto?»
La sua voce si levò, più forte, mossa da un’ira che pareva troppo grande per poter essere contenuta e repressa nella sua sottile persona. Fu come se Kenniston avesse toccato una molla che liberasse un violento risentimento da troppo tempo represso.
«Il mio posto... il mio rango di funzionario! Ma credete che io sia come Lund, che il potere di dare ordini mi faccia piacere? Che ne sapete voi, primitivo come siete, di una tradizione di servizio nella Federazione? Credete che abbia cercato il potere a tutti i costi, che mi sia divertita a studiare per anni mentre altre ragazze si divertono invece a danzare, che la mia idea di una vita felice fosse quella di passarla in una nave spaziale, percorrere qua e là, su mondi nemici? Credete che questo mi sia tanto caro da tormentarmi, da farmi complottare, da spingermi a implorare persino il vostro aiuto, per conservarmelo?»
Soffocava letteralmente dall’indignazione, e si volse, decisa, verso la porta. Kenniston, colpito da quello scoppio violento, obbedì a un impulso improvviso e l’afferrò a un braccio.
«Aspettate! Non andatevene! Io...»
Ella lo guardò con occhi fiammeggianti e ordinò: «Lasciatemi andare, altrimenti chiamerò una guardia!»
Ma Kenniston non le lasciò il braccio. Disse invece, imbarazzato: «No! Aspettate! Ero fuori di me. Ne sono molto spiacente...»
E lo era infatti. Si vergognava di sé, non ne comprendeva esattamente la ragione, ma le parole di quella ragazza lo avevano colpito. Odiava qualsiasi forma d’ingiustizia e sentiva che era stato ingiusto con lei.
Lo disse, e Varn Allan lo guardò con occhi ancora irati, ma dopo un momento si allontanò dalla porta.