«So che siete snervato... per il viaggio e per l’ansietà» disse lei, calma. «Ma... non lasciatevi incoraggiare a spera­re troppo, da Gorr e dagli altri. L’evacuazione in se stessa non può essere evitata. È il modo in cui dovrà essere eseguita, che mi preoccupa.»

E aggiunse, con un improvviso senso di stanchezza: «Vorrei essere una ragazza della vostra Middletown, che non ha mai lasciato il suo mondo e per la quale le stelle non sono che luci nel cielo.»

Kenniston scosse il capo.

«Avreste egualmente le vostre preoccupazioni, credete­mi. Scagliati fuori dalla vita di un tempo, in questa epoca... Carol, proprio ora, è più sconvolta di quanto voi possiate mai essere stata.»

«Carol? È quella ragazza con la quale vi ho visto spesso?»

«Sì» confermò Kenniston. «La mia ragazza. È stata allevata in quella nostra vecchia città. Le sue preoccupazioni erano solamente la scuola, le scampagnate, i ricevimenti, i vestiti che doveva mettersi, e cose del genere, e poi, a un trat­to... tutto è scomparso! Si trova qui, in questo pazzo mondo del futuro, e non le è nemmeno concesso di rimanere sulla Terra!»

«Che strano dev’essere» rifletté Varn Allan a voce bassa, col viso assorto «nascere ed essere allevati su di un piccolo, piccolo pianeta, vivere una piccola vita, circoscritta da picco­le cose... In un certo senso, invidio la vostra ragazza. E mi spiace tanto, per lei.»

Varn Allan si volse per andarsene. Kenniston le tese la mano.

«Nessun rancore, allora?» disse.

Ella rimase per un attimo incerta, stupita del suo gesto, come se non comprendesse. Poi parve capire, sorrise e posò la mano, con un senso di imbarazzo, su quella di lui. Ma la ri­tirò subito, come se la mano di lui scottasse, e uscì.