«Questi è Kenniston, della Terra» gli disse Gorr Holl.
Jon Arnol parve un poco turbato e confuso, mentre si rivolgeva a Kenniston.
«Mi spiace di essermi dimostrato un poco egoista. So che avete anche voi il vostro terribile problema. Ma se sapeste quanto ho sudato, atteso e sperato! Sono uno scienziato, null’altro ha importanza per me, e ho visto il lavoro e gli sforzi di tutta la mia vita sciupati dalla politica...»
Gorr Holl lo interruppe.
«Questo non è il posto adatto, per discorrere. Andiamo al Centro del Governo. Potremo parlarne nell’alloggio di Kenniston, e abbiamo molto da dirci, prima di domani!»
Kenniston si avviò con loro e, per un momento, tutti i problemi della Terra gli parvero incredibilmente lontani.
Stava su un mondo sconosciuto, sotto un sole sconosciuto, e tutt’attorno a lui fremeva la vita intensa dello spazioporto, dove giungevano e partivano per mondi ignoti le grandi astronavi. Qui, più che nello spazio, aveva la chiara percezione di quei contatti che si svolgevano coi soli più lontani, la realtà di quelle scintillanti vie attraverso le nebulose, verso i numeri infiniti di porti di infiniti mondi senza nome. Un sentimento di meraviglia e di orgoglio sorgeva in lui, al pensiero che uomini provenienti dalla Terra avessero raggiunto tali mete.
Il ronzio delle grandi navi spaziali faceva vibrare il suolo all’intorno, le potenti forze atomiche allestivano le grandi piastre metalliche per le corazze, le nere chiglie si levavano maestose contro il cielo. Kenniston non si sarebbe mai stancato di guardare se Gorr Holl, presolo per un braccio, non lo avesse condotto con sé.
Jon Arnol aveva una vettura ad attenderlo, un veicolo che non assomigliava affatto a quanti Kenniston avesse mai visto eccetto per il fatto che correva veloce rasente al suolo. Il suo percorso sembrava automaticamente controllato nell’incredibile traffico delle strade, delle rampe, dei ponti sospesi che collegavano la città come una tela di ragno. Partirono veloci, ma non tanto veloci che egli non potesse guardare.
Guardando quella città, Kenniston si sentiva come un barbaro venuto dal deserto a Babilonia. Era più una nazione che una città, troppo vasta, troppo enorme, per poterla comprendere. Già l’oscurità si addensava, ma le vie profonde erano tutte illuminate di una luce brillante e il traffico proseguiva dovunque, come grandi fiumi in piena. E mentre la vettura procedeva rapida, i suoi compagni, per nulla impressionati da quello spettacolo, continuavano a parlare animatamente del domani, della seduta, della grande occasione.