Quello era il segreto tormento che non aveva ancora espresso a parole.

«Credo che non abbiate da preoccuparvi per lui, signor Johnson» rispose Hubble con pietosa menzogna.

Johnson fece col capo un cenno affermativo, ma appariva sempre preoccupato.

«Grazie, signor Hubble» disse. «Sarà meglio che torni a casa, ora. Ho lasciato mia moglie in una crisi di dispera­zione.»

Un paio di minuti dopo la sua partenza, Kenniston udì al­l’esterno la sirena di un’auto, che venne a fermarsi davanti al­l’edificio.

«Dovrebbe essere il sindaco» disse Hubble.

Un ben debole appoggio, in una circostanza come questa, pensò Kenniston. Non che il sindaco fosse un cattivo uomo. Non era più presuntuoso, inefficiente o venale di qualsiasi altro sindaco di provincia. Gli piacevano i bambini e l’oratoria, si preoccupava dei colori della sua cravatta e si diceva che fosse, comunque, un buon marito e un buon padre. Ma Kenniston non poteva certo immaginarsi Bertram Garris come capo del suo popolo. Questi suoi pensieri non mutarono af­fatto quando Garris entrò con le sue guance rosee di uomo ben pasciuto, con quel suo viso di piccolo uomo soddisfatto della sua piccola carriera nella sua piccola città. In quel mo­mento, appariva considerevolmente turbato e perplesso, ma solo superficialmente, anzi, forse più interessato che spaven­tato dalla prospettiva di essere al centro di un avvenimento importante.

Kimer, il capo della polizia, era tutt’altra cosa. Era alto e angoloso, era stato testimone di molte brutture ed esprimeva una specie di dura saggezza. Non un uomo brillante, certo, pensò Kenniston, ma capace di imporre le cose che si dove­vano fare. E Kimer appariva assai più preoccupato del sin­daco.

Garris si volse immediatamente a Hubble. Era ovvio che aveva un grande rispetto per lui e che era orgoglioso di tro­varsi da pari a pari con un personaggio tanto importante che, com’egli sapeva, era uno degli scienziati atomici più in vista nella nazione.

«Avete qualche notizia, dottor Hubble? Non abbiamo ancora potuto metterci in comunicazione con l’esterno e cor­rono dappertutto le voci più disparate. Credevo dapprima che aveste avuto un’esplosione qui nel laboratorio, ma...»