Kenniston pensava con amarezza alla sua gente, che aveva lasciata sulla Terra, in attesa ansiosa del suo ritorno. Pensava anche a Carol, e disse lentamente: «Non posso tornare sulla Terra! Non posso andare da loro e dire che ho fallito!»

«Si rimetteranno dal colpo» obiettò Gorr Holl, in un va­no tentativo rassicurante. «Dopo tutto, andare in un mondo sconosciuto è assai meno che essere scaraventati avanti nel tempo. Hanno resistito a ben peggiori sconvolgimenti.»

«Ma quella cosa è accaduta prima che essi lo sapesse­ro» disse Kenniston. «È molto diverso. E si trovavano sempre, in ogni modo, in un posto che conoscevano. No! Non si abitueranno a una cosa simile, ti dico. Combatteran­no fino all’estremo.»

Allargò le braccia, in un gesto di inutile rabbia.

«È proprio questo che non riesco a far capire, nemmeno a te!» disse, rivolgendosi a Gorr Holl. «Appartengono alla Terra. La Terra è come una parte del loro corpo. Affronteran­no qualsiasi pericolo, sfideranno qualsiasi minaccia, per ri­manere su di essa!»

Il suo sguardo cadde poi su Jon Arnol, sul suo viso amaro, cupo, rattristato dalla delusione. E, a un tratto, il cuore gli diede un balzo nel petto.

Ripeté, a bassa voce: «Qualsiasi pericolo... qualsiasi mi­naccia... Sì! Per tutti i diavoli, sì!»

Era tutto scosso da una terribile, disperata speranza. Si alzò e, attraversando la camera, si avvicinò a Jon Arnol.

«Mi avevi detto che avevi un piccolo incrociatore spazia­le di tua proprietà, con relativo equipaggio, non è vero?» gli domandò.

«Sì» confermò Arnol. «Lo tengo, di solito, nelle mie officine al di là delle montagne.» Poi aggiunse, amaramen­te: «Avevo avvertito i miei uomini, l’altra sera, di preparare l’incrociatore spaziale per un viaggio alla Terra. Ero così si­curo che il nostro momento era venuto, che...»