Arnol diede un’occhiata alle luci di allarme.

«È tutto pronto, ora» disse. «Venite.»

Kenniston si sistemò nell’incrociatore spaziale, assistendo con occhi annebbiati ai preparativi precedenti immediata­mente la partenza, schiacciato da un’enorme stanchezza. Poi un campanello d’allarme suonò per un’ultima volta, e la pic­cola astronave si sollevò dolcemente nello spazio. Come già nel Thanis,si aveva qui un effetto molto attenuato della tre­menda forza di accelerazione. Kenniston aveva ora appreso quali fossero le forze statiche che, in una nave spaziale, tem­peravano l’inerzia di quei momenti.

Come in sogno, Kenniston ascoltò il sibilo della sferzata violenta dell’atmosfera contro le lamiere corazzate dell’incrociatore spaziale. Poi, attraverso il finestrino, vide la gran­de mole nebbiosa di Vega Quattro allontanarsi insensibil­mente, con lenta maestà. Infine il cielo scomparve, sostituito dalla nera volta dello spazio, nel quale erano sospesi soli fiammeggianti e sconosciuti.

Si accorse d’un tratto che Gorr Holl gli aveva posato una mano sulla spalla.

«Vieni, Kenniston! Sei sfinito. È bene che tu vada a ripo­sare.»

Il grosso umanoide lo prese in braccio, come un bambino, lo portò in una cabina e lo depose in una cuccetta.

Kenniston non si svegliò che parecchie ore più tardi, tutto intorpidito e ancora stanco per lo sforzo fisico e psichico di quegli ultimi giorni. Guardò fuori dal finestrino. L’incrocia­tore si trovava ora in pieno spazio, superando, a tremenda velocità, il vuoto vertiginoso che lo separava dalla Terra. Kenniston sentì un brivido involontario di piacere. Quei viaggi nelle grandi profondità interstellari cominciavano a diventargli familiari.

Si recò sul ponte interno e vi trovò Magro che parlava col capo pilota.

«Sono stato in ascolto al televisore» diceva Magro. «L’allarme non è ancora stato dato, su Vega.»