«Questa è la ragione per la quale la bomba energetica che provoca la reazione dev’essere fatta deflagrare entro l’anima del pianeta. E questa è la ragione per la quale possiamo applicare rapidamente il procedimento alla Terra... perché quegli antichi pozzi, scavati per ricavarne calore, forniscono un accesso immediato all’anima del pianeta, senza alcun bisogno di un preliminare ed elaboratissimo lavoro di perforazione.»
Kenniston fece col capo un cenno affermativo. La teoria gli sembrava abbastanza solida. Eppure...
«Ma» disse lentamente «quando hai tentato la prima volta questo procedimento, il pianeta sul quale l’hai sperimentato è stato quasi interamente distrutto dai terremoti provocati dalla convulsione iniziata nell’anima del pianeta stesso.»
«Non si trattava di un pianeta, ma di un planetoide» corresse Arnol, con la sua voce stanca. «Questo l’ho già spiegato tante volte. La massa del planetoide non era sufficiente a sostenere l’esplosione.» Poi, d’improvviso, ebbe uno scatto d’ira. «Perché sono stato così pazzo da accettare quell’impossibile tentativo? Ma, te lo ripeto, Kenniston, so ciò che sto facendo. L’intero Collegio della Scienza non ha potuto portare alcuna critica alle mie equazioni. Dovrai accontentarti di questo.»
«Sì» disse Kenniston. «Ne sono convinto.»
Lasciando Arnol, Kenniston non poté interamente soffocare le sue apprensioni. Creare una fornace nel cuore di un pianeta era, per la sua mentalità, non meno incredibile di quanto doveva essere apparsa la creazione del fuoco per il primo uomo. E se, contrariamente a quanto diceva Arnol, avesse condannato la Terra definitivamente, invece di salvarla?
Con un improvviso senso di colpa, pensò a Varn Allan. Tanto lei quanto Lund e Mathis, prigionieri contro la loro volontà, avrebbero dovuto essere posti in libertà prima del grande rischio. Doveva almeno darle quell’assicurazione.
La porta della cabina aveva una serratura a combinazione cifrata e i numeri erano stati comunicati a tutti, in caso di necessità. Kenniston aprì la porta ed entrò.
Varn Allan stava seduta, come già a bordo del Thanis,guardando dal finestrino l’immensità dello spazio. Kenniston capì che non aveva dormito, perché aveva il viso stanco e pallido.
Al suo ingresso, lei si rialzò e si rivolse a lui con atto di sfida.