Dopo un attimo, Kenniston le accarezzò una spalla, imba­razzato.

«Mi dispiace moltissimo, Varn. So che avete cercato di aiutarmi, là, al Centro di Vega. E potrà sembrarvi che io mi dimostri ingrato. Ma non è vero! È che debbo, debbo tentare quell’esperimento, per non vedere gli abitanti di Middletown umiliarsi combattendo contro la vostra Federazione.»

Varn Allan lo guardò, con occhi umidi, e mormorò: «Mi sto comportando come una stupida...»

Anche Kenniston la guardò, ma lei lo respinse. Sembrava volesse evitare gli occhi di lui.

«So che siete sincero, Kenniston. Ma so pure che avete torto, e che non potete sfidare con successo la potenza di tut­te le stelle.»

Kenniston si sentì stranamente depresso, quando la la­sciò. Cercò di non pensare... cercò di scacciare il ricordo di quel contatto con lei, il ricordo della fugace emozione che lo aveva afferrato quando le aveva accarezzato le spalle.

«È una cosa pazza...» mormorò fra sé. «E poi, c’è Carol...»

Non andò più da lei, in tutte le ore e i giorni in cui il picco­lo incrociatore spaziale varcava a piena velocità il vuoto im­menso della Galassia. La evitava. Temeva il momento in cui l’avrebbe nuovamente incontrata.

La tensione crebbe nell’animo di Kenniston; intanto la lu­ce rossa del sole si ingrandiva nello spazio. Mentre l’incrocia­tore rallentava la sua corsa al di là degli altri pianeti esterni senza vita, Arnol gli si avvicinò.

«Dovremo lavorare in fretta, una volta giunti» gli disse Arnol. Anch’egli aveva il viso contratto dallo sforzo. «Le na­vi spaziali della Federazione debbono già essere in viaggio per arrestarci.»