Avrebbe desiderato di poter essere sicuro egli stesso.
I minuti che seguirono furono un vero incubo. Lavorando così, sotto pressione, lottando contro il tempo che passava inesorabile, sembrava che tutto cospirasse contro di loro. I metalli, i meccanismi, persino gli attrezzi, sembrava volessero tradirli.
Infine, la mole scura della bomba scivolò lentamente al suo posto, nell’incastellatura, al disopra del pozzo. Gli ultimi contatti vennero innestati, e tutto fu pronto.
«Prendete i vostri apparecchi, subito» disse Kenniston. «Andiamo! Vi è ancora altro da fare!»
Uscì con Hubble, Arnol e tutti gli altri. La città era come l’aveva vista la prima volta: vuota, silenziosa, senza vita. La popolazione se ne era andata. Mentre usciva dalla porta della cupola, poté vedere la massa scura degli abitanti di Middletown che si moveva, già lontana, nella pianura. L’avanguardia attaccava già la salita delle colline lontane.
Ansiosamente Kenniston esaminò il cielo, come se temesse di vedersi piombare addosso, da un momento all’altro, la squadra di navi spaziali della Federazione.
Arnol mandò avanti i tecnici, verso le colline, con gli strumenti e gli apparecchi di comando a distanza. Gorr Holl, Magro e Hubble seguirono i tecnici. Poi Kenniston e Arnol si avviarono di corsa verso l’incrociatore spaziale.
Attorno a esso vi era un piccolo gruppo di persone: gli abitanti che dovevano lasciare la Terra.
Kenniston li guardò stupefatto. Da circa duecento che erano, si erano ora ridotti ad appena una ventina.
Arnol disse loro, brevemente: «Potete salire, ora.»