Qua e là, qualche bambino piangeva.

Lentamente, Kenniston risalì nel punto dove stavano Ar­nol e gli altri. Lontano, al di là della folla, vedeva la cupola della città, ancora scintillante di luci come l’avevano lasciata, vuota e solitaria, nella vasta desolazione della pianura.

Pensò a quella cosa nera, quella cosa nera e terribile, che attendeva, sola nella città, il momento di compiere il suo sal­to d’incubo nel cuore della Terra, e un violento tremito lo scosse.

In quell’ultimo minuto, prima che le dita tremanti di Arnol premessero i contatti degli apparecchi che aveva davanti a sé, Varn Allan guardò, oltre Kenniston, verso quella folla si­lenziosa di migliaia e migliaia di persone in trepida attesa, ultimi sopravvissuti di tutte le razze della vecchia Terra.

«Capisco ora» bisbigliò «che, malgrado tutto ciò che noi abbiamo guadagnato in questi milioni di anni, abbiamo tuttavia perso qualcosa... qualcosa di coraggioso, di cieca­mente fiducioso, di supremamente bello... Sono lieta di esse­re rimasta!»

Arnol emise un profondo e penoso sospiro.

«È fatta!» disse.

Per un lungo, eterno minuto, la Terra morta rimase immo­bile. Poi, Kenniston sentì la cresta della collina sobbalzare violentemente ai suoi piedi... Una volta, due, tre, quattro vol­te. Le secche esplosioni delle bombe di copertura che sigilla­vano per sempre il grande pozzo.

Arnol osservava gli aghi dei quadranti, che vibravano. Non tremava più, ora. Era ormai troppo tardi per qualsiasi sentimento, anche per l’emozione.

Dalle profondità imperscrutabili della Terra partì un tre­mito, come un brivido lungo, che si dilatò, salì lentamente, fino alle nude rocce, dove tutti stavano in attesa. Un brivido lungo, che parve toccarli tutti, e svanire.