«E tornerete là anche voi, con la vostra Carol. Ne sarà molto lieta, quella ragazza.»
Kenniston disse: «Varn...»
Ma lei non lo guardava più in viso. Disse, calma: «Questo non è il nostro addio. Ritornerete qui, prima che lasciamo la Terra.»
Kenniston rimase muto, oppresso da emozioni che non poteva definire. Infine disse: «Sì! Sì! Ritornerò qui, prima che ve ne andiate.»
Ella lo lasciò, e Kenniston rimase a guardarla, finché abbandonò la sala. Poi, lentamente, anche lui uscì nella strada.
Un tremendo clamore lo colpì al viso. La piazza era affollata, ma un grande passaggio era aperto tra la folla, lungo il viale che conduceva alla porta della città. E la banda di Middletown, impettita e rigida nella sua uniforme scarlatta, fra un rullo alto di tamburi e un clamore di trombe, marciava, in testa a un lungo corteo, verso la porta.
Dietro la banda veniva una grossa macchina verde, scoperta, col sindaco che ritto sul sedile posteriore, il faccione di nuovo aperto al sorriso, sventolava il cappello, gioiosamente, alla folla acclamante. E dietro quella macchina ne venivano molte altre, le vecchie macchine di un tempo, piene di uomini eccitati e di donne che piangevano, le prime macchine della lunga carovana che si stava formando, per ritornare alla vecchia Middletown.
Kenniston vide la popolazione inneggiante che circondava Jon Arnol, e Hubble, e Gorr Holl, e Magro, poco lontano. Sapeva che sarebbe stato trascinato in quel gruppo, e allora, rientrato nella sala e uscito da un’altra porta, si avviò, per strade temporaneamente deserte, all’alloggio di Carol e di sua zia.
Carol lo accolse con un festoso saluto, quand’egli entrò.
«Oh, Ken, allora sei libero? Avevano detto che sarebbe stato oggi, e ti aspettavo...»