«Sì, è tutto finito» disse Kenniston.
«Allora possiamo partire, come gli altri?» domandò la signora Adams. «Possiamo ritornare a Middletown?»
«Non appena avrete preparato le vostre cose e io avrò condotto qui la jeep.»
«Ma ho preparato tutto da giorni» ribatté la vecchia signora. «Non vorrei rimanere in questo posto un minuto più del necessario. Ma immaginate! Mi hanno detto che molti, di quelli più giovani, vogliono rimanere qui. Di loro volontà, pensate: dicono che a loro questa città piace più di Middletown, ora!»
Kenniston provava un curioso senso d’irrealtà mentre caricava tutto nella jeep e si accodava alla grossa colonna di automezzi che si snodava verso l’uscita della città.
Era proprio vero che finiva tutto così? Era proprio vero che ritornava alla vecchia città, alla vecchia vita, dopo quello che aveva fatto e veduto?
Avanti, lungo il grande viale, tra gli altissimi e bianchi edifici, e poi attraverso la grande porta, fuori, nella vasta pianura... Il sole, rossastro, brillava sempre, opaco; ma ora un vento più caldo di quanti la Terra avesse mai sentito da milioni di anni soffiava attraverso la pianura, facendo ondeggiare i primi e timidi fili della nuova erba, portando dovunque un caldo soffio di vita nuova.
Ora oltrepassavano il piccolo incrociatore spaziale di Jon Arnol, e poi le grosse masse titaniche delle grandi astronavi della Federazione, adagiate sulla pianura.
Kenniston guardò le gigantesche navi e pensò ai vasti spazi, cosparsi di mondi e di stelle, che avrebbero percorso, poi tornò a guardare davanti a sé.
E alla fine, le macchine oltrepassarono la cresta delle colline e discesero, gioiosamente, verso la vecchia Middletown.