La guardia alla quale stava per parlare prima dell’esplosio­ne era ancora là, davanti a lui: si stava rialzando lentamente, aiutandosi con le mani e coi ginocchi, nel punto dove la scos­sa l’aveva gettata. Aveva la bocca spalancata e il berretto gli era ruzzolato lontano. Più in là, c’era una vecchia con uno scialle sulla testa. Anche lei si trovava in quel punto prima dell’esplosione. Si appoggiava ora al muro e guardava il sac­chetto di provviste che le era caduto a terra sfasciandosi e spandendo in giro cipolle e scatole di conserve. Automobili e autobus si muovevano ancora in fondo alla strada e stavano rallentando per fermarsi. Nient’altro.

La guardia si avvicinò a Kenniston.

Era un giovane svelto e intelligente, ma adesso aveva la faccia inespressiva e gli occhi imbambolati.

«Che cos’è successo?» domandò con voce rauca.

«Siamo stati colpiti da una bomba, una superatomica» rispose Kenniston. Le sue parole sembravano strane e im­probabili anche a lui.

«Siete pazzo?» disse l’uomo, fissandolo stupito.

«Sì, credo di esserlo davvero. Credo proprio che questa sia l’unica spiegazione.»

Il suo cervello ricominciava a ragionare. L’aria si era fatta improvvisamente fredda e strana. La luce del sole si era affie­volita, aveva una colorazione rossastra e non riscaldava più. La vecchia, stretta nel suo scialle, piangeva. Poi, sempre piangendo, si mise in ginocchio. Kenniston credette che vo­lesse pregare; si mise invece a raccogliere le sue cipolle, con gesti impacciati come quelli di un bambino, cercando di ri­metterle nel sacchetto di carta che si era strappato.

«Ma certo!» disse la guardia. «Ho letto tante cose, sulle bombe superatomiche, nei giornali. Ho letto che sono migliaia di volte più potenti delle atomiche di una volta. Se una superatomica colpisse una città, la distruggerebbe completamente.» Si convinceva sempre più di quanto af­fermava. «Quindi, non dev’essere stata una superatomica. Questo è certo.»

«Ma non avete visto quella tremenda vampata in cielo?» disse Kenniston.