Istintivamente, ambedue alzarono il capo per esaminare il cielo cupo; ma non vi erano che il vento e le stelle e quel sole con la sua corona di brevi raggi, come la testa di una Medusa.
«Non si vede nemmeno una luce» disse Hubble.
«È ancora giorno» osservò Kenniston. «Non avranno bisogno di luci. Dovrebbero essere abituati a questa specie di crepuscolo.»
Un’improvvisa ansietà si impossessò tuttavia di lui. Riuscì a compiere con difficoltà i movimenti per rimettere in marcia il motore, fece urlare gli ingranaggi del cambio e avviò la macchina con uno strappo.
«Va’ adagio, e sta’ calmo» disse Hubble. «Se c’è gente, non abbiamo fretta. E se non c’è nessuno...» La sua voce tremava un poco, e dopo un momento finì la frase «... allora non c’è fretta, egualmente.»
Parole. Null’altro che parole. A Kenniston pareva di non poter sopportare quell’attesa. La pianura si stendeva, infinita, davanti a lui. La macchina sembrava procedere lentissima. Rocce e crepacci e screpolature parevano inserirsi malignamente sul percorso. La città dava l’idea di beffarli e allontanarsi sempre più.
Kenniston si mordeva le labbra, impaziente e agitato.
Poi, a un tratto, la città protetta dalla cupola enorme apparve loro in piena vista. Si alzava alta nel cielo, come una montagna di vetro sorta per incanto da una fiaba. Dal punto in cui si trovavano, la superficie ricurva della cupola rifletteva i deboli raggi del sole.
Trovarono infine una strada, larga e liscia. Quella strada portava direttamente verso una grande porta ad arcata, aperta nella cupola. La grande porta era spalancata.
«Se hanno protetto questa città con una cupola per ripararsi dal freddo» disse Hubble «perché questa porta è aperta?»