Kenniston procedette più lentamente, sempre più lentamente. Cessò di gridare e di suonare il clacson. Cessò persino di guardare. Lasciò che la macchina si fermasse in una grande piazza centrale. Fermò il motore, e un silenzio pauroso scese su di lui e su Hubble.
Poi Kenniston si strinse il capo tra le mani e rimase seduto, così, per lungo tempo. Udì la voce di Hubble, che diceva: «Sono tutti morti o scomparsi.»
Kenniston sollevò il viso.
«Sì, morti e scomparsi. Tutti, molto tempo fa.» Si guardò attorno, guardò quegli splendidi edifici. Poi riprese: «Sai che cosa significa questo, Hubble? Significa che sulla Terra la vita umana non è più possibile. Persino in questa città, protetta da una cupola, non sono riusciti a vivere.»
«Ma perché non ci sono riusciti?» disse Hubble. Indicò una vasta estensione di serbatoi bassi, aperti, che ricoprivano una grande area al limite della città. «Quelli erano serbatoi idroponici, credo. Potevano coltivare in essi ciò che volevano.»
«Se avessero avuto acqua. Forse è l’acqua che mancava. Hubble scosse la testa.»
«Quegli animali che abbiamo visto trovano l’acqua. Anche gli uomini avrebbero potuto trovarla. Voglio dare un’occhiata.»
Scese dalla macchina e si diresse verso i serbatoi polverosi più vicini. Kenniston rimase immobile a osservarlo.
Poi si decise a scendere anche lui e cominciò a curiosare dentro gli edifici attorno alla piazza. Vi erano camere piccole ma alte e ben arredate, illuminate solo dalla triste luce che filtrava attraverso le finestre polverose. In alcune di quelle camere vi erano mobili di metallo, pesanti e massicci, ma graziosi. In altre, invece, soltanto polvere.
Una grande tristezza, un sentimento di inutilità, scese su Kenniston mentre girava lentamente lungo le strade silenziose. Che importava, dopo tutto, che una città, scaraventata fuori della sua epoca, si trovasse a fronteggiare la morte? Là, tutta una razza era morta, e la Terra che li ospitava non era che una solitudine selvaggia.