Kenniston fu scosso dalle sue morbose riflessioni dalla voce di Hubble.
«C’è ancora acqua, là dentro, Ken... grossi depositi, sotto quei serbatoi: non è la mancanza d’acqua, che li ha fatti scomparire. È stato qualche cosa d’altro.»
«Che importanza può avere per noi, ora, sapere ciò che li ha fatti scomparire?» domandò Kenniston, cupamente.
«Ci importa molto, invece» disse Hubble. «Stavo pensando che... Ma non abbiamo tempo di parlarne, ora. La notte e il freddo stanno sopraggiungendo. É meglio che ce ne andiamo.»
Con sorpresa, Kenniston si accorse in quel momento che il sole stava calando a ovest e che le ombre degli edifici immensi si allungavano, nere, sui marciapiedi. Rabbrividì un poco e tornò verso la macchina con Hubble. Nuovamente, il frastuono del motore profanò quel silenzio mortale, mentre rifacevano la strada percorsa e uscivano dalla grande porta.
«Dobbiamo tornare indietro» stava dicendo Hubble. «A Middletown non sanno nulla di quanto li attende.»
«Se li informiamo della esistenza di questa città» osservò Kenniston «se vengono a sapere che non vi sono altri esseri umani, che sono forse del tutto soli sulla Terra, impazziranno per il terrore.»
Il sole era molto basso all’orizzonte; non era più che una striscia di rosso sul limite lontano del cielo. Le stelle si erano fatte più lucenti, quelle stelle che avevano assistito impassibili alla scomparsa degli uomini sulla Terra. Il freddo si faceva sempre più penetrante, e l’oscurità più fitta.
Tutto l’orrore della notte che scendeva sul pianeta morente afferrò il cuore di quei due uomini come in una morsa. Entrambi si sentirono sollevati quando la macchina arrivò infine sulla sommità dell’ultima collina.
Di fronte a loro, irreale in quella Terra morente, scintillavano le luci familiari delle strade di Middletown. Si vedevano le brillanti trasversali di Main Street e di Mill Street, le luci più deboli delle vie secondarie, le insegne rosse al neon delle birrerie di South Street... e tutto risplendeva nella notte gelida di un mondo morto.