«Mi sono dimenticato di mettere l’anticongelante nel radiatore della macchina» disse Kenniston.
Il freddo era intensissimo, ora. Il vento era tagliente come la lama di un rasoio e ambedue rabbrividivano continuamente, anche sotto i loro indumenti pesanti.
Hubble fece col capo un cenno affermativo, poi aggiunse:
«Bisognerà avvertire la popolazione anche di questo. Non sanno ancora che freddo farà, stanotte.»
«Ma dopo questa notte... quando il combustibile e i viveri saranno finiti, che accadrà? Vale forse la pena di lottare?»
«Certamente no, se la pensi a questo modo! Non ne vale assolutamente la pena» disse Hubble. «Ferma la macchina: ci stenderemo a terra e moriremo comodamente congelati.»
Kenniston continuò a guidare per un poco, poi convenne: «Già, hai ragione. Ne vale sempre la pena.»
«La situazione non è del tutto disperata» riprese Hubble. «Vi possono essere, sulla Terra, altre città protette da cupole, altre città che non siano morte. Potremmo trovare gente, aiuto, compagnia. Ma dobbiamo resistere, finché avremo trovato tutto ciò. È proprio questo, che stavo pensando prima.»
Mentre si avvicinavano alla città, aggiunse: «Andiamo prima di tutto al Municipio.»
Accanto alla barriera di Jefferson Street era stato acceso un grande falò. Le guardie di polizia e un piccolo gruppo di guardie nazionali senza uniforme, li stavano aspettando, aguzzando gli occhi nell’oscurità. Accolsero l’arrivo della macchina con grida eccitate, facendo domande ansiose, mentre il loro respiro fumava nell’aria gelata. Ma Hubble si rifiutò di dare qualsiasi risposta. Vi sarebbero stati presto dei comunicati. Dovevano attendere.