Gli sembrava strano che, per difendersi dalla fine del mondo, occorresse affaccendarsi attorno a una caldaia in un freddo sotterraneo, montare doppi vetri e imprecare contro i ganci arrugginiti. Lavorava all’esterno, in una oscurità quasi totale, con le mani irrigidite dal gelo.
Come se non potesse più sopportare l’attesa, Carol uscì anche lei, mentre Kenniston finiva il suo lavoro. Un’esclamazione della ragazza lo fece sobbalzare, pronto a qualsiasi evenienza. Ma Carol, ritta, guardava il cielo a oriente. Una luna enorme, mostruosa, di un color rame opaco, stava salendo nel cielo. Non era come erano abituati a vederla, era una Luna ingrandita innumerevoli volte, coi crateri, le pianure e le catene di montagne perfettamente visibili a occhio nudo: un’immagine paurosa. Kenniston ebbe un momento di vertigine, quasi la sensazione che quella massa enorme cadesse su di loro e li schiacciasse. Carol lo aveva afferrato per le braccia, in una stretta così angosciata che Kenniston dimenticò del tutto l’orribile spettacolo.
«Ma che cosa accade?» gridò la fanciulla, e per la prima volta la sua voce si fece stridula, come se stesse per soccombere a una crisi di nervi.
In quel momento, la signora Adams li chiamò dalla porta.
«Venite, presto! Sta parlando il sindaco. Deve fare dichiarazioni importanti!»
Kenniston condusse Carol in casa. Sì, importanti dichiarazioni davvero, pensava. Le più importanti che fossero mai state udite.
La fine del mondo avrebbe dovuto essere annunciata da una voce di tuono, che venisse dal cielo: dalle trombe degli arcangeli, non dalla voce spaventata e tremante del sindaco Bertram Garris.
5
L’aurora rossa
Kenniston fu svegliato, il mattino seguente, dallo stridulo richiamo del telefono. Si alzò dal divano, intontito dal sonno, oppresso da cattivi presagi, e si avvicinò incespicando all’apparecchio. Fu solo quando udì la voce di Hubble che la sua mente si schiarì e si ricordò di quanto era accaduto il giorno prima.