«Carol, parli a vanvera, e lo sai bene! Sei amareggiata perché hai perduto la tua casa, il tuo modo di vivere, il tuo mondo, e per tutto questo fai di me un capro espiatorio. Ma non puoi farlo! Abbiamo bisogno l’uno dell’altro, ora più che mai, e non dobbiamo perderci per cose di questo genere.»
Carol lo guardò freddamente, poi cominciò a singhiozzare, e si appoggiò a lui, piangendo.
«Oh, Ken, non credermi una stupida! Sono così turbata, e non capisco più nemmeno me stessa.»
«Tutti siamo in questo stato d’animo» la confortò Kenniston. «Ma tutto finirà bene. Dimentichiamo, Carol!»
Ma mentre la teneva stretta fra le braccia cercando di calmarla, guardava quelle altissime torri punteggiate di milioni di finestre e l’aspetto di quella luna strana, e capiva che Carol non avrebbe mai potuto completamente dimenticare. Quel profondo risentimento non sarebbe facilmente svanito, e avrebbe dovuto lottare a lungo, contro di esso. Sarebbe stata una lotta dura, perché nelle parole di Carol c’era una parte di verità, che tuttavia non avrebbe voluto sentirsi rinfacciare mai.
8
Qui, Middletown!
Quando si svegliò, Kenniston rimase per qualche tempo avvolto nelle coperte, guardandosi in giro per la grande camera, col medesimo sentimento di irrealtà che provava ogni mattina.
Era una camera molto vasta, con pareti graziosamente ricurve e il soffitto di una materia plastica morbida, color avorio. Ma non era così vasta come sembrava, perché i costruttori di quella città avevano imparato l’arte di usare spazi limitati e farli apparire assai più ampi.
Guardò le alte finestre polverose e si domandò a cosa avesse potuto essere adibita, una volta, quella camera. Faceva parte del grande palazzo della piazza, perché il sindaco Garris aveva insistito che tutto il personale dei laboratori di Middletown alloggiasse vicino al Municipio.