Era stato, ovviamente, un edificio pubblico, quello in cui si trovava, ma all’infuori di alcune tavole massicce, la camera era quasi vuota e non si poteva capire chiaramente a che cosa avesse potuto servire.

Guardò gli altri suoi colleghi: Hubble dormiva ancora, cal­mo. Beitz dormiva di un sonno leggero muovendosi ogni tan­to con qualche lamento, il sonno dell’età avanzata. Crisci era invece del tutto sveglio, e guardava il soffitto.

Kenniston ricordò d’improvviso, con un senso di pena, qualche cosa che aveva del tutto scordato, nell’impeto degli avvenimenti. Si avvicinò a Crisci e bisbigliò: «Me ne dispia­ce molto, Louis. Mi devi scusare se ho pensato solo ora alla tua ragazza.»

«Perché dovresti pensarci?» La voce di Crisci era bas­sa e senza espressione. «Perché avresti dovuto pensarci, quando è accaduto tutto questo?» Tacque per un attimo, poi proseguì, sempre con voce smorzata: «D’altra parte, è accaduto tutto molto tempo fa. È morta da milioni di anni, forse.»

Kenniston si attardò un poco, cercando le parole da dire, ricordando con quanto entusiasmo Crisci parlava della ra­gazza che avrebbe dovuto sposare... quella ragazza che abita­va a cinquanta miglia da Middletown. Ma non trovò le paro­le. La tragedia di Crisci era comune a molta di quella gente... la madre il cui figlio era andato in California, la moglie il cui marito era partito in viaggio d’affari, fidanzati, famiglie, ami­ci, divisi per sempre da quell’incommensurabile abisso di tempo.

Ringraziò ancora il Cielo che Carol fosse sopravvissuta con lui, e decise che ne avrebbe conservato l’affetto a qualsia­si costo.

Kenniston stava accendendo una sigaretta, mentre gli altri si alzavano. D’un tratto si Fermò di colpo. «A proposito, pensavo...»

Hubble gli sorrise.

«Lo so, lo so a che stai pensando. Pensavi al tabacco. Tu, e tutti gli altri, dovrete presto farne a meno.»

Mentre uscivano per far colazione alla più prossima cu­cina da campo, Hubble lo mise al corrente degli avveni­menti.