«Mi piacerebbe dargli una occhiata.»
Mentre stavano camminando, nel rosso e freddo mattino, Kenniston fu sorpreso dall’atteggiamento di consuetudine con cui gli abitanti si muovevano sotto la gigantesca cupola protettiva di quell’irreale città.
Famiglie intere si affrettavano verso le cucine comuni, con l’aria di chi si reca a fare una merenda in campagna. Dei bambini sbucarono da una via laterale, accompagnati da un cane peloso che abbaiava festoso e frenetico. Un uomo calvo dal viso rosso guardava da una finestra, in maniche di camicia, con moderata curiosità. Due grosse donne si chiamavano da una porta all’altra, e una di loro abbottonava la giacca a un bambino riluttante.
«... e dicono che la signora Biler stia ora assai meglio, ma suo marito è sempre indisposto...»
«Gli esseri umani» osservò Hubble «si adattano facilmente. Dobbiamo ringraziarne il Cielo.»
«Ma... se sono gli ultimi che esistono? Non potranno adattarsi, a questo.»
Hubble scosse il capo.
«Già, credo che non sia loro possibile.»
Dopo colazione, Beitz li condusse in un grande edificio quadrato poco lontano dalla piazza.
Nell’interno c’era una vasta sala scura, in cui giganteggiavano in una lunga fila dei blocchi quadrati di apparecchi. Erano, ovviamente, apparecchi televisivi. Ciascuno di essi aveva uno schermo quadrato, un microfono e, sotto, un quadro di comandi, di quadranti, e di altri strumenti meno identificabili.