Crisci fece un gesto vago.
«Lassù. Ci ha ordinato di chiamare Washington; ma tutte le linee sono interrotte e anche il contatto radio non è stato ancora possibile.»
Kenniston attraversò il cortile. Hubble, il capo del laboratorio, guardava il cielo annebbiato e quel sole rosso e opaco che si poteva impunemente fissare senza rimanere abbagliati. Non aveva che cinquant’anni ma sembrava più vecchio, in quel momento. Aveva i capelli in disordine e il suo viso magro aveva i lineamenti contratti.
«Non si può nemmeno immaginare di dove sia venuta quella bomba» disse Kenniston.
Poi capì che i pensieri di Hubble erano altrove, perché l’altro fece col capo, distrattamente, un segno di assenso.
«Guarda quelle stelle, Kenniston.»
«Stelle? Delle stelle, in pieno giorno?»
Poi, guardando in alto, Kenniston si accorse che si potevano vedere le stelle, ora. Apparivano come dei deboli punti scintillanti, dappertutto, sopra quello strano cielo oscurato, persino vicino a quel sole opaco.
«Sono in una posizione sbagliata» affermò Hubble. «Sono tutte in una posizione sbagliata.»
«Ma che cosa è accaduto?» domandò Kenniston. «È vero che quella superatomica ha fatto cilecca?»