Hubble abbassò lo sguardo su di lui, sbattendo le palpebre.
«No» disse a bassa voce. «Non ha fatto cilecca. È scoppiata per davvero.»
«Ma se quella superatomica è scoppiata, allora...»
Ma Hubble non lo ascoltava più. Entrò nel suo ufficio e cominciò a togliere dagli scaffali dei volumi. Con grande sorpresa di Kenniston, li aprì alle pagine relative ai diagrammi astronomici. Poi, Hubble prese una matita e cominciò a scarabocchiare rapidamente dei calcoli su un blocchetto di carta.
Kenniston gli afferrò una spalla.
«In nome del Cielo, Hubble, questo non è il momento adatto per le teorie scientifiche! La città non è stata colpita, ma qualche cosa di veramente grosso è accaduto, e...»
«Vai al diavolo e lasciami stare» brontolò Hubble senza voltarsi.
Quell’insolito modo di fare di Hubble ridusse Kenniston al silenzio. Hubble continuò nei suoi calcoli, consultando spesso i diagrammi dei libri. L’ufficio era silenzioso, come se nulla di nulla fosse accaduto. Infine, Hubble si volse. La sua mano tremava un poco, mentre indicava i calcoli tracciati sul blocchetto di carta.
«Vedi quei calcoli, Ken? Sono la prova: la prova di qualche cosa di impossibile. Che deve fare uno scienziato, quando si trova di fronte a una situazione simile?»
Kenniston poté scorgere, nel grigio volto di Hubble, il dubbio, il tormento e il timore, e questo aumentava la paura istintiva da cui si sentiva afferrare. Ma prima che potesse parlare, entrò Crisci.