Il quarto dei sopraggiunti si era avvicinato e si era unito agli altri. E Kenniston stesso fu atterrito da ciò che vide.

Il quarto sopraggiunto non era un uomo! Era simile a un uomo questo sì... ma non era un uomo.

Era molto alto, con il corpo forte e massiccio, le braccia enormi che finivano in due mani simili a smisurate zampe. Era vestito della sua sola densa e ruvida pelliccia, completata da una specie di finimento. Aveva il capo schiacciato, il muso prominente come quello di un animale, le orecchie ritte, ton­de, circondate da ciuffi di peli. E i suoi occhi... La cosa più spaventosa erano i suoi occhi. Quei suoi occhi si incontraro­no con quelli di Kenniston. Erano occhi grandi, scuri, pieni di una vivida, penetrantissima intelligenza. Occhi cordiali, curiosi, sorridenti...

Il sindaco era arretrato di alcuni passi. Aveva il viso palli­dissimo.

«Ma... non è un uomo, quello!» urlò, con voce stridula.

L’essere peloso parve stupito di quell’accoglienza. Diede un’occhiata alla donna e agli altri due uomini, e tutti e quat­tro guardarono Garris, con la fronte corrugata, come se non riuscissero a capire la ragione del suo spavento.

Quell’essere strano mosse un passo o due verso Garris, con le grosse mani tese. Parlava con una voce lenta, romban­te, e sorrideva, mostrando una fila di denti grandi e forti, che scintillavano cupamente, come sciabole, nella pallida luce dell’alba.

Garris lanciò un altro urlo. Kenniston si accorse che il pa­nico si stava impadronendo dei presenti, vide gli agenti pun­tare le armi.

«Aspettate! Fermatevi!» gridò allora Kenniston, spin­gendo da parte il sindaco. «Per l’amor del Cielo! Aspettate! Siete pazzi!» Aveva affrontato gli agenti armati, mettendosi in modo da far scudo col suo corpo all’essere strano che era sopraggiunto. Sentiva egli stesso una invincibile repulsione per quella creatura che era a un tempo bestiale e umana. Ma quell’essere peloso lo aveva guardato, e gli aveva sorriso...

«Non sparate!» urlò ancora. «È un essere intelligente! È uno di loro!»