Egli sospirò.

«Grazie!» disse. Aveva un’aria infelice. Kenniston sa­lutò in fretta Carol e si incamminò a fianco dello storico.

«C’è qualche cosa che non va?» gli domandò.

«Ho avuto ordini» spiegò Piers Eglin. «Debbo fare da interprete e debbo insegnare ad alcuni di voi la nostra lingua.» Scosse il capo deluso. «Ci vorranno molti gior­ni, e quella vostra vecchia città... Avrei già dovuto essere là da tempo, a visitarla, e invece...»

Kenniston sorrise.

«Cercherò di imparare presto» disse.

Si avviarono verso il punto in cui Hubble aspettava, e Ken­niston poteva sentire dietro di sé i passi inconsueti di quegli altri individui che non erano umani. Gli sembrava incredibi­le, dover lavorare a fianco di quegli esseri che gli davano un brivido ogni volta che passava loro vicino. Certamente non potevano comportarsi come uomini!

Entrarono nell’edificio, poi in una enorme sala piena di strutture torreggianti e polverose che racchiudevano i mec­canismi che né lui né Hubble erano riusciti a comprendere e a usare. Hubble si unì a loro, guardando incuriosito gli uma­noidi.

«Abbiamo supposto che questi fossero i generatori ato­mici principali» disse Kenniston. Parlava a Piers Eglin, in quanto questi doveva tradurre, ma guardava Gorr Holl e gli altri quattro che stavano ritti accanto a lui. «Se potete dav­vero ripararli e metterli in funzione, noi...»

Ma si interruppe. Quelle cinque paia di occhi, strani e so­prannaturali, lo osservavano; Kenniston vedeva i loro cinque corpi respirare e agitarsi. La cresta di pelliccia bianca sul cranio di quello dall’aria più orgogliosa si rizzò d’un tratto, in modo talmente animalesco che Kenniston capì quanto fosse impossibile tentare di considerarli esseri umani. Il dubbio, il disgusto, e anche un certo timore, gli si dipinsero sul viso. Piers Eglin aggrottò un poco la fronte.