Il lampione sull’angolo della strada fece emergere dall’ombra il viso di Phyllis. — Che cosa guardi? — gli chiese.

— Fantasmi.

— Molti?

Anche questo non aveva importanza. Soltanto parole che dovevano essere scambiate. Chissà perché. Il mondo è fatto così.

— Troppi — rispose. — Quando ero bambino venivo spesso qui fuori di notte, soprattutto in estate, quando in casa faceva troppo caldo per dormire. Non è un bel luogo, questo, per trascorrervi la fanciullezza.

“È il mio mondo” le stava dicendo. “Guardalo bene e stai attenta.” Ma ormai era già troppo tardi. Vino, grammofono e sogno pazzesco si erano fusi e ogni parola era stata pronunciata. La sigaretta di Phyllis le scivolò tra le dita e cadde a spirale nell’oscurità simile a una stella filante. Quella di Casey fece altrettanto, e i fantasmi, i miseri grigi fantasmi, impallidirono e poi scomparvero.

15

Venne il mattino, di un grigio invernale come tutti gli altri, ma ogni cosa era mutata. Occorreva uno sforzo non indifferente per capire quanto tutto fosse mutato. Casey distolse lo sguardo dal soffitto, su cui la luce proveniente dalla finestra faceva del suo meglio per condurre l’alba a rompere l’oscurità, e volse il capo. Phyllis dormiva come una bambina, i pugni affondati nel cuscino, e Casey capì d’un tratto di avere sempre saputo che sarebbe finita così. Fin dall’inizio del sogno, fin da quando lo aveva guardato per la prima volta con quegli occhi color fumo e gli aveva rivolto il primo sorriso sognante, Casey Morrow era stato una vittima predestinata. E Phyllis? Concluse che anche lei doveva esserne stata conscia. Ma allora cose simili erano davvero possibili? Accadevano veramente?

Si sentiva bene. Non si era anzi mai sentito così bene, e questo era tanto più sorprendente, ricordando la festicciola della sera prima. Avrebbe voluto cantare, ma per timore di svegliare Phyllis prese invece a fischiettare sommessamente mentre scendeva dal letto e, dopo avere radunato gli abiti, si avviò verso la stanza da bagno in punta di piedi. Era ancora presto, e il silenzio domenicale aleggiava nell’appartamento. Mamma era certamente a messa, noncurante dell’ora in cui si era coricata, e Big John (doveva essere alzato, perché non si udiva russare) doveva essere giù nel bar a leggere i giornali umoristici della domenica, innaffiandoli con qualche sorso per sistemare le troppe libagioni della sera precedente. Aveva quasi finito di radersi quando ricordò, e il suo fischiettare si spense.

Non tutto era mutato. Non poteva ancora entrare con passo noncurante nel commissariato più vicino, raccontare i fatti e aspettarsi che tutti gli stringessero la mano e facessero auguri di una vita felice a Casey Morrow e alla sua sposa. Non poteva ancora camminare per la strada senza avere sempre a fianco la paura: e che vita era questa? Qualcosa doveva succedere. Questo continuo nascondersi doveva cessare, le fughe e le menzogne dovevano cessare. Si sciacquò il sapone dal viso e stava terminando di vestirsi, con lentezza, pensieroso, quando rincantucciato in fondo alla mente ritrovò un compito non ancora portato a termine. Maggie gli aveva noleggiato una macchina, e il suo scopo era stato di andare a trovare la signora Brunner. Da un pezzo le doveva quella visita, a pensarci bene. La signora Brunner non era la polizia, non era una nemica. Doveva essere in preda all’ansia per la figlia, e poteva darsi che gli riuscisse di contrattare, con quell’arma in mano. Da solo stava concludendo ben poco.