— Ho atteso una settimana, ma la vita tra le altre cose mi ha insegnato a essere paziente.

Casey depose la tazza sul tavolino dal ripiano di cuoio, che separava la sua poltrona da quella della sua interlocutrice, e si protese in avanti.

— Scusate se insisto — continuò Casey — ma non eravate ansiosa sul suo conto? — L’enfasi che aveva dato alle parole suonava un po’ severa, e allora fu pronto ad aggiungere: — Intendo su quanto poteva esserle capitato. La domanda che mi avete rivolto in giardino mi ha sconcertato.

— Le volete bene? — chiese lei, fissandolo attentamente.

— È una brava ragazza.

— Molto bella anche.

Casey non era tipo da arrossire facilmente, ma sentì una vampata di calore salirgli al viso.

Intanto la signora Brunner continuava: — Ero in ansia per lei, s’intende, ma suppongo che sia naturale sfogare per primo il timore più grave. Che cosa dovevo pensare quando mi avete detto che sta bene? Questo, se non erro, ci riporta a una vostra frase di poco fa.

— Infatti. Phyllis ha paura di tornare a casa. — Casey aspettò un momento, ma la signora Brunner continuava a tacere. Ormai toccava a lui raccontare, e le riferì i fatti fin dall’inizio, dall’incontro al bar Nuvola, a lei noto, fino all’arrivo alla taverna di Big John (omettendo i nomi). Tralasciò d’informarla del matrimonio, un argomento che era meglio rimandare a quando il pasticcio fosse stato chiarito.

— Dunque avete intrapreso una vostra indagine personale — fu il commento di lei.