La udì chiudere a chiave la porta e restare in ascolto. Se Johnson avesse udito avrebbe fatto le scale a quattro gradini per volta, ma tutto taceva, quindi non aveva sentito.

— Sono guai grossi, Casimir?

— La polizia crede che io abbia ucciso un uomo.

— È vero?

— No.

Se non avesse urlato, forse gli avrebbe creduto. Del resto, dato come stavano le cose, stentava a credere a se stesso e per un attimo rimpianse di avere detto la verità. Sciocchezze, non occorreva dire certe cose a mamma, le sapeva già. Lo fissò a lungo, quindi riapri la porta senza voltarsi.

— Mamma! — Vedendo che esitava, Casey insistette: — Non l’ho ucciso, te lo giuro su Dio. Se avessi tempo potrei provarlo, soltanto un po’ di tempo…

Mamma non mutò espressione e, continuando a stringere la maniglia, si voltò verso la porta. — Vado a vedere se il tenente vuole dell’altro caffè. Il tempo non gli manca, perché a una ragazza come Paula occorre un bel po’ per prepararsi, prima di scendere… vero, Casimir?

Casey non riusciva a parlare. D’un tratto provava il desiderio di piangere, di posare il capo sulla spalla di mamma e piangere come un bambino, ma non c’era tempo. Le parole di lei significavano che doveva affrettarsi, scendere le scale esterne senza fare rumore, chinare la testa passando davanti alla finestra della cucina e soprattutto filare a grande velocità.

— Ti occorre denaro? — gli chiese.