Sarebbe stato difficile stabilire quanto durò il silenzio, e fu la signora Brunner che si decise a romperlo. (Casey aveva quasi dimenticato la sua presenza. Vedeva soltanto la posa da gatta di Phyllis contro il braccio di Gorden. Gli pareva quasi di sentirla fare le fusa.)

— Entrate, signor Morrow — disse. — Vi aspettavamo. Non credo che conosciate il fidanzato di mia figlia, il signor Gorden.

Mentre questi balzava in piedi, dal suo viso si capì che aveva riconosciuto l’uomo che gli stava di fronte. — Ah, siete voi! — esclamò. — Mi pareva…

Casey non si era ripreso a sufficienza per difendersi dall’attacco improvviso, ma l’ordine perentorio della signora Brunner fece il suo effetto. Ma forse non era stata soltanto la voce di lei a frenare Gorden, perché d’un tratto Casey vedeva chiaro, come se si fosse squarciato un velo. Dai suoi occhi traspariva tutto ciò che sapeva sul conto dell’altro, che per un attimo parve perfino essersi rimpicciolito.

— Scusa — disse — non è questo il luogo, capisco… ma dopo quello che ha fatto…

— A suo tempo il signor Morrow risponderà di quanto ha fatto. Credo anzi che dovrà rispondere di molte cose.

Stupito di possedere ancora una voce, Casey intervenne. — Non facciamo i ritrosi. Di che cosa dovrei essere incolpato?

La domanda non era rivolta a nessuno in particolare, ma i suoi occhi si erano posati su Phyllis. Per un attimo lo sguardo di lei si fece incerto, e Casey capì che non poteva sperare molto di più da lei. Era di nuovo Phyllis Brunner, la ragazza del bar Nuvola, dalla pelliccia di visone, dal profumo conturbante. Sì, anche il profumo non mancava, oltre il vestito parigino e la pettinatura complicata, e la stanzetta in casa di Big John apparteneva a un altro mondo.

Quando Gorden fece per avviarsi verso la porta, la signora Brunner tirò di nuovo il guinzaglio. — Dove vai? — chiese.

— Al telefono. È una questione che riguarda la polizia.