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— Vi dirò tutto quello che so di Phyllis, ma non è molto.

Maggie era seduta alla turca su uno dei due divani dello studio e fissava il ritratto pensierosa.

— Non la conoscevo con il nome di Phyllis Brunner. Si faceva chiamare Paula Browning, per via della borsa di camoscio con le iniziali P.B., suppongo. Ricordo quella borsetta in modo particolare, perché valeva per lo meno ottanta dollari, e Paula non aveva un soldo. Possedeva in tutto un tailleur da sartoria di lusso, una tuta di maglia da ginnastica e gli occhi più conturbanti che si potessero vedere.

— Color fumo — aggiunse Casey.

— Proprio! La prima volta che la vidi stava entrando nello studio di Papà Danikoff, qui accanto. Insegna danza, Danikoff, e apparteneva un tempo al Balletto Imperiale Russo, o almeno così dice. Comunque, Papà è bravo e poco esoso, e Paula era ridotta ormai al suo ultimo zaffiro.

— Brutta situazione.

— Infatti. Un giorno lo impegnò e diede una festicciola nella sua camera, che si trovava proprio sopra a questa. Furono invitati tutti gli allievi di Papà Danikoff, e andai anch’io, per non sentirmi tremare il soffitto sulla testa. Una festa riuscitissima: spaghetti, pizze e molto vino rosso. Paula si divertiva un mondo, e mentre la guardavo non potevo fare a meno di pensare che quella doveva essere la prima festa che dava in vita sua. Fu allora che decisi di ritrarla.

Maggie fece una pausa per accendere una sigaretta, e intanto fissava il ritratto, che rappresentava la figura intera di una ragazza in tuta di maglia nera, ritta contro la sbarra degli esercizi. L’attenzione veniva però per lo più attirata dal viso.

— Ne fu contenta — riprese quindi — ma non volle accettare un soldo per fare da modella.