— Ho ancora la chiave. Suppongo che serva per tutte le porte.
Non c’era alcun senso logico in quella sua posa, lì ferma a mostrare la chiave che stringeva in mano come se avesse un significato, come se quelle vane chiacchiere ne avessero. Casey provava il desiderio di afferrarla per le spalle e darle uno scrollone finché non avesse preso a parlare logicamente, ma di fronte a quegli occhi strani e intimoriti non ebbe neppure la forza di alzare le braccia.
— Volevo ritrovarvi — aggiunse Phyllis.
— Ci credo!
— Sul serio. Volevo spiegarvi perché vi avevo condotto qui ieri sera. Perché sarei tornata, altrimenti?
— Non lo so e ho paura di cercare d’indovinare. Forse avete un altro incarico da propormi.
Le ultime tracce di colore si dileguarono sulle guance di lei. Strinse i piccoli pugni esclamando: — Che volete dire? Che cosa state insinuando?
— Dovreste saperne più di me su quanto sto insinuando. Lo confesso, non ricordo molto bene e so soltanto che voi ieri siete venuta nella mia nicchia al bar Nuvola e vi siete messa a parlare di un misterioso incarico da affidarmi. Questa mattina trovano vostro padre con la testa fracassata e io mi sveglio con la manica della giacca insanguinata e cinquemila dollari. Che cosa pretendete che insinui?
Si chiamava parlar chiaro, e l’effetto delle parole fu corrosivo. O Phyllis era davvero sgomenta come pareva, oppure era la più grande attrice del mondo. Barcollò leggermente, ma Casey lasciò che se la sbrogliasse da sola. Una tremenda bugiarda, aveva detto Maggie.
— Oh no… — ansimò Phyllis. — Non è così! Non vi avevo assoldato perché assassinaste mio padre!