— È stato… terribile. — Si strinse di più la coperta, ma il suo tremito non dipendeva soltanto da una questione di temperatura. — Era tardi, quando siamo arrivati a casa di mio padre — continuò. — Non so esattamente l’ora, ma dovevano essere circa le undici. Eravate completamente sbronzo, ma sono riuscita a tirarvi fuori dalla macchina e a trascinarvi su fino all’appartamento. Avendo visto la luce nello studio di papà, avevo deciso di farvi fare la sua conoscenza.

— Questa non me l’aspettavo — fece Casey. — Doveva essere di manica larga vostro padre.

Phyllis non parve udirlo, e il suo viso aveva un’espressione tesa.

— Eravamo già nella stanza, prima che io vedessi ciò che era accaduto. Per un momento sono stata incapace di aprir bocca e perfino di fare un gesto, ma voi siete inciampato nell’attizzatoio sul pavimento e poi l’avete raccattato. Ecco come vi siete sporcato di sangue.

— L’ho raccattato! — ripeté Casey. — Ma bene! L’avrò coperto d’impronte.

— Lo suppongo. Non mi è venuto in mente di pulirlo.

Casey diede un’occhiata a Maggie, e i suoi occhi chiedevano: “Come si fa a capire quando mente?”. Ammesso che avesse un’opinione in proposito, Maggie la tenne per sé.

Intanto Phyllis continuava: — Quando mi sono finalmente resa conto dell’accaduto sono stata presa dalla paura. Nello stabile tutto taceva e poi d’un tratto ho udito il rumore dell’ascensore che saliva. Non si è fermato al nostro piano, ma il rumore è stato sufficiente a darmi l’impulso di fuggire. Forse avrei dovuto dominarmi, forse sarei dovuta rimanere e chiamare la polizia, ma ero in preda al panico. Temevo soprattutto per voi, non volevo mettervi nei guai.

— Davvero premurosa — fece Maggie.

— Sono sincera! Non è stato facile, ma sono finalmente riuscita a portarlo giù e a farlo salire in macchina. Nel frattempo si era messo a piovere, e devo aver vagato per ore sotto l’acqua prima di aver l’idea di condurlo qui. È stato l’unico posto che mi sia venuto in mente.