Il punteggio questa volta marcò zero. Leta ripeté lentamente: — Groot… mi rincresce ma il nome non mi dice nulla. No, sono sicura di non averlo mai udito prima d’ora.
Era pomeriggio avanzato quando Casey fece ritorno all’appartamento. Aveva camminato non poco dal mattino, e i suoi piedi ne risentivano. Un giornale piegato sotto il braccio, lo sguardo stanco e abbattuto, chiunque l’avrebbe scambiato per uno dei soliti mariti succubi, che rincasano dopo un’altra faticosa giornata di ufficio. Già dal corridoio avvertì l’odore delle cipolle che friggevano.
— Spero che ti piacciano gli spaghetti — gli disse Phyllis appena fu entrato in cucina. — È praticamente l’unico piatto che so cucinare.
— Mi piacciono — fu la laconica risposta.
Phyllis si volse a guardarlo. Indossava sottana e camicetta a buon mercato, i capelli radunati in cima alla testa, eppure anche così era bellissima. — Che cosa hai scoperto? — chiese.
— Non lo so. Nulla, credo. Sono stanco.
Casey tornò nel salotto e si lasciò cadere sul divano, addormentandosi quasi subito. Quando si svegliò aveva la cravatta allentata, era scalzo, e Phyllis curva su di lui masticava un grissino. — Gli spaghetti sono pronti — disse. — Vieni a mangiare.
Sedettero in cucina e mangiarono in silenzio. Nessuno dei due osava parlare. Il giornale posato su un angolo del tavolo era aperto alla pagina che dava il resoconto del funerale, completo di fotografie, ma sul viso di Phyllis non si scorgeva nessuna traccia di emozione. Casey ricordò d’un tratto il profilo della signora Brunner stagliato sulla soglia dello studio, e niente sembrava avere più un senso comune. Qualcuno avrebbe dovuto piangere, qualcuno avrebbe dovuto cedere in qualche modo. Quanto a Phyllis, qualunque cosa sperasse di scoprire stando nascosta, non si riusciva a capire perché lo facesse senza avvertire la madre. Era strano, quasi impressionante, vederla seduta li tanto calma.
— Che c’è? — gli chiese, accorgendosi che la fissava. — Perché non mangi? Li faccio bene, gli spaghetti.
— Non ho fame.