— Che cosa volete, in fin dei conti?
Dopo essersi fermato a scrutare la strada, Casey disse: — Far colazione. Dove si può andare? Sono affamato.
— Poche storie. O parlate o strillo.
Era un rischio che doveva per forza correre, e in quel momento la signorina Nardis pareva decisissima a mettere in atto la minaccia. Però era curiosa, qualità su cui Casey aveva contato molto. Strinse con maggior forza il braccio di lei e riprese a camminare, avviandosi verso un bar che aveva avvistato poco oltre. — Sono disposto a parlare appena ne avremo la possibilità — spiegò.
— Ecco perché vi ho telefonato, stamattina, per poter fare due chiacchiere in pace.
Quando vi entrarono, il bar era quasi pieno, ma Casey ebbe la meglio su un avventore irascibile e riuscì a occupare l’ultima nicchia in angolo, appartata e accogliente se pure circondata da un frastuono sufficiente a soffocare qualsiasi conversazione. La ragazza era in collera, questo era indubbio, ma anche perplessa, perché lui al telefono era stato molto misterioso.
“La mia identità non ha importanza” aveva detto. “Vi aspetterò al pianterreno quando uscirete per la colazione. Farete bene ad esserci, nel vostro interesse.”
La signorina Nardis stava tamburellando con le dita sul ripiano del tavolo e lo guardava di traverso, in modo tutt’altro che lusinghiero. — Sono pronta ad ascoltare — annunciò — ma per ora non ho sentito nulla.
— Dunque, Gorden vuole vedermi — fece Casey. — Non vi ha detto il perché?
— Ha detto che non siete un reporter, non so altro.