— Di una cosa possiamo essere sicuri — commentò Devan — conoscete bene le vostre stelle.
— Mi pare di aver sentito già parlare di queste cose da qualche parte — disse Holcombe. — Credo che siano giuste.
— Anch’io — aggiunse Tooksberry.
— Io non mi curo affatto delle stelle — soggiunse la signora Petrie — me ne curavo abbastanza quando ero una ragazza. Quello che desidero in questo momento è un po’ di lana per lavorare ai ferri.
Hodge si schiarì la gola. — Un’altra cosa. Se avremo la ventura di ottenere un po’ di vetro, molerò qualche lente per un telescopio. Ne ho fatte centinaia. Con la prima che sarà pronta darò un’occhiata a Castore. È una stella doppia e se il tempo non è cambiato, le due stelle gemelle saranno più vicine. Ma il tempo non è cambiato, ne sono sicuro. Ci sono tante prove là — disse, indicando il cielo.
— Così non è passato del tempo — il dottor Costigan disse fra sé guardando il fuoco.
— Bene. — Beatrice Treat si fece sentire in un modo che nessuno potesse ignorarla. Devan osservò con piacere che stava con Tooksberry. — Se pure si tratta dello “stesso” tempo e non di un altro… È una domanda sciocca, vero?
— Per niente, mia cara — la rassicurò Tooksberry, sorridendole e ricevendone in cambio un’identica manifestazione di simpatia. — È una domanda sensata. Se non si tratta di “allora”, come può essere “ora” e non Chicago?
— È una domanda sensata — confermò Orcutt.
— Una volta — affermò Basher — lessi un articolo in cui si parlava di mondi identici esistenti nello spazio contemporaneamente. L’idea era che potesse esistere un numero infinito di mondi e che passando dall’uno all’altro ci si troverebbe in un luogo uguale ma diversamente ambientato.