All’interno infatti era sorta una nuova costruzione, completamente rinforzata. Di questo era sicuro. I vecchi muri di mattoni all’esterno non erano che il guscio, la mimetizzazione dello stabile interno che era più piccolo di venti metri per ogni lato. Ma i vecchi piani che stavano tra la vecchia costruzione e i muri esterni erano stati conservati, altrimenti il guscio non avrebbe resistito: i piani formavano quindi un corridoio intorno al perimetro della casa.

Ci dovevano essere ancora un sacco di cose da finire, ma non aveva avuto modo di sapere come i lavori procedessero. Le lettere di Orcutt erano state troppo generali e le sue spiegazioni al telefono troppo controllate per essere chiare. Aveva desiderato ardentemente di tornare, per poter rendersi meglio conto.

Si calcò bene il cappello contro il vento insistente di marzo, attraversò la strada ed entrò nel palazzo.

— Signor Traylor! — Allo sportello delle informazioni c’era una ragazza di cui non ricordava bene il nome, che si alzò e gli sorrise. Osservò che il muro interno era disseminato di pannelli e che l’area esistente fra questo e la facciata dello stabile era occupata da diversi tavoli messi un po’ a caso.

— Siete il signor Traylor, vero?

— Già. — Le ricambiò il sorriso e oltrepassò il cancelletto divisorio. — Come va?

— Tutto bene — ma appariva un po’ a disagio. — Scusatemi ma debbo accertare la vostra identità.

— Naturalmente — disse Devan e tolse dal portafogli la patente. — Non mi ricordo come vi chiamate.

— Sono Dorothy Janssen — rispose la ragazza, prendendo la licenza di Devan con mani tremanti.

— Stavate nella parte est dell’impianto, no?