Vi furono secondi che parvero lunghi minuti di sfibrante agonia. Si poteva avvertire l’atmosfera tesa e freneticamente ansiosa.
Il sergente Peavine si mosse verso l’Ago e Devan pensò che stesse per entrarvi anche lui, ma fortunatamente Costigan aveva interrotto il funzionamento della macchina.
Steso nella cavità stava Peavine, che afferrava i vestiti vuoti dell’amico, come a cercarvi un segno di lui, ma invano.
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Il silenzio che avrebbe dovuto circondare il funzionamento della macchina di Costigan fu infranto. Primo anello della catena di congiunzione con l’opinione pubblica fu il sergente Peavine. A lui seguirono Devan, Orcutt, Sam Otto, Holcombe. Tooksberry e Costigan, che si trovarono nella necessità di rispondere a uomini in uniforme, i quali passarono poi la parola ai giornalisti.
Da questo momento, il piccolo gruppo di scienziati che aveva deciso di lavorare segretamente, vide crollare nel modo più clamoroso il proprio programma. Giornalisti, fotografi, operatori, poliziotti dappertutto. Prima in giro all’Ago e poi da loro a chiedere febbrilmente notizie sul funzionamento della macchina e sulla scomparsa delle due persone. Si doveva quindi ricominciare ogni volta daccapo a spiegare, a parlare, e i sei uomini erano stanchi, affranti, con la barba lunga. D’altra parte, era stato loro assolutamente proibito di allontanarsi dallo stabile.
Non avevano più un momento di pace, era un continuo susseguirsi di lampi al magnesio: fotografie accanto alla macchina, da soli, coi poliziotti e, sempre, con gli abiti di Griffin e Glenn Basher bene in vista.
Devan era fuori di sé e pensava che si dovevano trovare anche gli altri nella sua stessa condizione di fame, sonno e stanchezza.
— Avrete la colazione non appena terminata la prima parte dell’interrogatorio — rispose alle sue sollecitazioni il tenente Harold Johnson, compresissimo nella sua parte di poliziotto.
Fu Betty Peredge a cavarli d’impaccio. Arrivò alle nove per lavorare e riuscì a farsi strada sino a loro.