— È stato orribile — disse la signorina Treat. — Ho visto tutto alla televisione.
— Voi e un altro milione di persone — rispose Devan appendendo il suo cappotto in ufficio. In cuor suo non desiderava altro che di rimanere solo in quel momento. Si lasciò cadere nella sedia davanti alla scrivania, e il suo viso allucinato non lasciò dubbi a Beatrice. — State male — gli disse.
— Sì e no — rispose Devan. — Ho bevuto.
— Capisco — disse la donna. — Posso farvi portare un po’ di caffè?
— Ottima idea. — Parve apprezzare moltissimo l’offerta, ma in realtà più che di caffè aveva bisogno di star solo e così le disse di andar pure, ma che facesse le cose con calma.
Mille pensieri confusi si agitavano nella testa che gli doleva: tre uomini erano entrati nell’Ago e non ne erano più usciti, come gli altri. Era tremendo pensare che dopo quei clamorosi preparativi, quello fosse stato il triste bilancio dell’esperimento. Ecco, dopo tutti quei suoni, le fanfare e le voci eccitate, quel terribile silenzio.
Rimase a lungo così e. quel giorno, fu uno degli ultimi a uscire.
Sapeva che non avrebbe potuto né mangiare né dormire quella sera e così decise di ficcarsi in una taverna e cercare di dimenticare in altro modo.
Si recò al Loop più tardi e anche là le prime parole che sentì al bar riguardavano l’Ago, e le parole erano, come c’era da aspettarsi, di scetticismo e sfiducia nei riguardi di una macchina tanto mostruosamente congegnata.
Devan decise così di comprarsi una bottiglia e di andarsela a scolare nella sua stanza. Più tardi riuscì anche a chiamare sua moglie urlando come un ossesso per tutto il tempo della conversazione.