Forse che pensa diventar migliore,
Non soiar, non tradire e non rubbare?
Forse che pensa al suo perduto honore,
Ch'ogni puttana faria vergognare?
Ma pensa più che mai cavar' il core
A quelli che la corron a adorare,
E per una vestura in nuova foggia,
Vuol far la pace col Trent'un di Chioggia.

Io non hò mai parlato a la Zaffetta,
E l'havea per Signora alta e divina.
Ma il conte Urluco in cà di Vienna, letta
M'hà la ribalda sua vita assassina,
Ond'io tengo più buona e più perfetta
La mia Errante Elena Ballarina;
Hor se l'Errante è più da ben di lei,
Gran Dio Cupido, miserere mei.

Hor le puttane, ch'han l'arlasso inteso,
Si riserrorno sbigottite tutte,
Fra lor pensando s'hann'alcuno offeso,
E cacan di mangiar di quelle frutte;
E s'un cento ducati havesse speso,
Non mai di casa fuor l'havria condutte;
Ne a Lio, ne a la Zueca in barca vanno,
Tanta paura di quel Trent'un hanno.

Ma Dio volesse, puttane mie care,
Che l'esempio di lei vi fusse in core,
Che saria cosa santa il puttanare,
E si c'acquistaria spasso et honore.
Se qualche gentil'huom vi vuol chiavare,
Pensate de la Zaffa al dishonore,
Dicendo voi di sì l'osservereste,
E le vie d'ingrandirvi sarian queste.

S'un che v'ama, superbe corteggiane,
Trovasse in voi punto di cortesia,
Discretion in bocca e nelle mane,
E stimare colui che vi desia,
Con dire il vero ancuò come domane,
E non fole e menzogne tutta via,
Senza che le chiedeste, ei vi darebbe
L'anima el cuor, e poco gli parrebbe.

Saria pur un piacere a dire: Io amo
Una donna ch'hà caro il mio servire,
La qual vien pronta a me quando la chiamo,
Ne mi vuol ingannar ne far fallire,
E senza lite ogn'hor d'accordo siamo.
S'io le dò, piglia, e non ardisce dire:
Dammi, fammi, se non ti faccio o dico,
Ne la taglia mi pon, come nemico.

Saria ben un spilorzo e ben furfante,
Un che la sua morosa ogn'hor chiavasse,
El suo bisogno vedendol'innante,
Come la vita sua non l'aiutasse;
Ma gl'è il bordel l'essere vostro amante,
E credo che se l'oro un dì v'amasse,
Fallirebbe poi l'altro, come ha fatto
Per girvi dietro al cul questo e quel matto.

Un giunge in casa della sua Signora,
E giunto appena, vien via la massara
Per soldi, per sapon; ne vien poi fuora
La madre, che par proprio il cento para;
E tanto sfacciat'è la traditora,
Che uscir bisogna di natura avara.
Eccoti adosso al fin la Diva corsa,
Che bacia te, per baciar poi la borsa.

Cuor mio, ben mio, padre, vecchietto mio,
Se mi vuoi ben, comprami trenta braccia
Di raso, o d'ormesin, ch'oggi il vogl'io.
Ti bacia gl'occhi, la boca e la faccia,
Talche vi scapperia Domene Dio;
Ne giova a te che tu il cattivo faccia,
Perche il cotal, che ti si rizza, vuole
Che gli paghi co i fatti le parole.

E mentre ti svaliggia e a sacco mette:
Vien (dice) a dormir meco, e vien ben presto;
E per la stessa sera ti promette;
E tu, coglion, corri a mandarle il cesto.
Compri in persona mille novellette,
Che ti par che 'l tuo honor richieda questo,
E quel ch'hai tu comprato, un altro cena:
Tu stai di fuor, rodendo la catena.