Spasseggiato quattr'hore pien di stizza,
Presto corri a vestirti a la foresta.
Esci di casa, e vuoi l'infame chizza
Scannar, bruciar, con ira e con tempesta.
In tanto il tabernacol ti si rizza,
E a fischiar torni, e fai la voce mesta.
La massara al balcon dice: Messere,
Di quì a un poco lasciatevi vedere.
In questo mezo il martel, che lavora,
T'apre la borsa, e volano i presenti,
E al fin resti a dormir con la Signora,
Che ti squinterna mille sacramenti
Che non potè cenar con teco allora;
E tu dici fra te: Porca, ne menti.
Se vorà il ciel ch'io mi snamori mai,
Com'un huom s'assassina vederai.
La mattina ti levi e mandi il fante
Per la tua veste, e lasci in casa lei
Da stravestirvi e drappi, la furfante
Rubba ogni cosa con mani e con piei.
Mandi per essi, e datti lunghe tante,
Che biastemmiando e rinegando i Dei,
È forza che mai più non gli le chiegga,
Ma che d'altri ten facci e ti provegga.
Una scuffia che lasci per la notte
Più non si vede e più non si ritrova.
Una camicia tua de le più rotte
Ti toglie, come fusse bella e nova.
E per Dio! che ne i boschi e nelle grotte
Dove che i malandrini fan lor prova,
Con l'oro in man con più sicurtà vassi,
Che fra queste puttane, ohime! non fassi.
Al fin gl'arlassi et i danar mancati,
Et il tempo perduto, e 'l disonore,
E 'l viver sempre mai da disperati,
La raggion, l'ira, il dispetto, il dolore,
Con quel rancor che si sfratano i frati,
Esci di man del vil asino amore,
E la mente insensata fatta sana,
Corri a furor contro la tua puttana.
Gli levi tavolin, casse, spalliere,
Perche quelle compraro i tuoi danari.
Gli sfregi il volto più che volentiere,
El Trent'un le fai dar sin da i beccari,
Con bastonate e staffilate fiere,
A mano propria da i facchin preclari,
A le massare, a la ruffiana madre,
Con risa sin al ciel gustose e ladre.
Cose ordinarie son le romanzine.
Cosi le porte tutte impegolate.
Le vostre benemerite ruine
Son gl'amici perduti, sciagurate:
O poverette, o mendiche, o meschine,
O ladre, o brutte, o giotte, o scelerate,
Credete hora al Venier: mutate vita,
Se non il ponte a star seco v'invita.
Ma son ben pazzo ad esortarvi, e dire
Che diventiate gentili e divine.
Puttane, hò detto mal, mi vuò ridire:
Siate pur ladre, ribalde, assassine;
Non vi restate rubbare e tradire
Senza misericordia e senza fine,
Perche non v'è altro rimedio e via
Di cavarci di capo la pazzia.
S'elle fusser da ben, come v'hò detto,
Il dì dietro n'andremmo a l'hospitale.
Ognun si caverebbe il cuor dal petto,
Se vivesser le vacche a la reale.
Il farci ogn'hor morire di dispetto,
Et il trattarci ogn'hor peggio che male,
Et il farci fallire a grand'honore,
Si cava al fin del cul madonna, Amore.
Rubbate pur a due mani ad ognuno;
Accumulate pur gioie e catene,
Che la vecchiezza vi riduce in uno
Tutto quel che pompose hora vi tiene,
E peggio ancor l'ingordo et importuno
Mal francioso, che a un tempo v'intratiene,
Vi rubba in otto dì quel che rubbate
Ne la vostra fottuta e verde etate.