Ma sarebbe un piacer di paradiso,
Se 'l mal francese, ch'altr'è che la tossa,
La robba sol vi mangi all'improviso.
Mal cas'è che vi rode i nervi e l'ossa,
E poi le man, l'orecchie, gl'occhi e 'l viso,
Vi mangia il cuor, e v'invita a la fossa,
Che cosi vuole Dio, che 'l tempo aspetta,
Per far di vostr'infamie aspra vendetta.
Si che, Zaffetta mia, vivi a l'antica,
Cosi come hai vissuto, o vivi peggio.
Cosi tu, porca Errante, mia nemica,
Cosi, tutte puttane, perch'io veggio
Che ad uscirvi di man saria fatica,
Se voi sedeste in putanesco seggio
Con le virtù che già v'hò detto avante,
Sin a la morte ognun vi saria amante.
Una fra mille, millanta e migliara
Di puttane viventi a nostre spese
Hò conosciuta buona, bella e cara,
E da bene al possibile e cortese,
Che Giacoma chiamossi da Ferrara,
O vogliam dir Giacoma Ferrarese,
Che per esser da bene, bella e buona,
In questi giorni s'è morta in persona.
Altr'io non hò da dir che mi raccordi,
Se non ch'ognun tien lega di cicale,
Il mondo faria stanza di balordi,
Se non fusse lo spasso del dir male,
Il mangiar la lucanica co i tordi,
Con gl'aranci, col pevere e col sale.
Cosi il dir male al gusto human non spiace.
Datevi dunque, o mia Zaffetta, pace.
Se i Rè, se il Papa, se l'Imperatore
Sopportan che gli sia detto, Coglioni,
Del mio burlar non pigliate dolore;
E se 'l pigliate pur, Dio ve 'l perdoni.
Anch'io vuò la mia parte de l'honore.
Son gentil'huomo, atto a donar de doni.
Venni, e subiai per farvi riverenza,
Ma dal balcon mi fu data licenza.
La nostra Signoria con gratia degna,
E il Prencipe ciascun, che parlar vede,
Ode con modo e gentilezza degna,
E grand'è pur la Venetiana sede.
Ma vostra Altezza, per portar l'insegna
Delle puttane, esser maggior si crede
Che non è di San Marco il campanile;
Pure dato vi fu il Trent'un gentile.
IL FINE.
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